I servizi di sicurezza britannici tentarono di reclutare il killer

Si chiama copy cat, effetto emulazione, ma qui sembra un'epidemia e ha il colore dell'aggressione islamista contro quel simulacro di società occidentale che i terroristi si figurano. Ieri, di nuovo, un militare francese di guardia all'arco della Defense a Parigi è stato pugnalato alla gola da un uomo barbuto, di tipo nordafricano, di circa trent'anni, con indosso una jalabiah, ovvero la tradizionale tunica magrebina. Dopo aver tentato di tagliare la gola al soldato, l'uomo è riuscito a fuggire. Per fortuna stavolta il militare non è in pericolo di vita, è riuscito a difendersi.
Non si sa ancora molto della dinamica e del protagonista dell'attentato (la polizia e il presidente Hollande non confermano nulla sull'origine del gesto). La società europea, la pubblica opinione europea e italiana, sono garantiste, devono essere garantiste, ma è molto difficile sottrarsi all'idea che il modello dell'azione di questo ragazzo in jalabiah non sia il massacro del giovane cadetto inglese compiuto da due convertiti all'islam nel quartiere londinese di Woolwich, e prima ancora non sia l'attentato di Boston da parte di due giovani ceceni arruolati dal fondamentalismo islamico, e prima l'eccidio di bambini della sinagoga di Tolosa da parte di un altro islamista nordafricano, e prima.. e prima... quanti attentati a Madrid, a Londra, un po' dappertutto da quando la squilla è stata suonata l'11 settembre del 2001 con l'attentato alle Twin Towers. La Francia è nel mirino dell'integralismo islamico per ragioni demografiche e di difficile convivenza con una schiera immensa di immigrati che vivono innanzitutto nella banlieue di Parigi, ma ultimamente l'odio si è rinfocolato a causa dell'intervento armato in Mali al fianco delle truppe di Bamako per riprendere il controllo del nord dove governavano gli islamisti. Ma la chiave degli attacchi in serie ha certamente un carattere più ideologico che storico. Lo prova un'intervista dell'imam Omar Bakri Mohammed che, espulso dall'Inghilterra, ha appena dichiarato di considerare Adebolajo, l'assassino di Londra, «molto coraggioso», che l'islam lo giustifica e che lo considera un eroe. Un vero incitamento a seguirlo. Bakri ha anche aggiunto che forse è stato lui a suggestionarlo con le sue prediche. Non sappiamo se sia così, ma certo la suggestione ideologica islamista sta creando situazioni di violenza che si inseguono in tutta Europa, anche nei luoghi più impensati, come la Svezia dove è in corso una rivolta che dura da sei giorni. Deve essere frustrante per i perfettissimi svedesi trovarsi nella lista dei «travel warnings», le indicazioni del dipartimento di Stato circa i Paesi in cui è meglio «evitare o considerare il rischio» quando si decida di andarci. Ci sono: Iran, Mauritania, Costa d'Avorio, Eritrea, Repubbliche del Centro Africa, Libia, Congo, Burundi, Sudan, Colombia, Pakistan, Libano... La lista comprende, grosso modo, terreni di guerra o jihadisti. La Svezia, ordinata, generosa nel welfare, intransigente sui diritti umani, aperta con gli immigrati, su poco più di 9 milioni di abitanti, all'ottavo posto al mondo per ricchezza procapite, ha il 27 per cento certificato di cittadini o figli di cittadini immigrati. E a Husby, sobborgo in cui ora si bruciano le auto, si menano le spranghe, si occupano le strade, l'80 per cento degli abitanti sono immigrati di seconda generazione. L'Iraq, l'Iran, il Libano, certi paesi africani, agglomerano in vari quartieri di Stoccolma gruppi che non parlano svedese, schiavizzano le donne, contano un alto numero di abusi sessuali, compiono mutilazioni genitali, e gli omicidi d'onore raggiungono cifre senza precedenti. È il disprezzo per la società occidentale (che di fatto discrimina, con tutta la buona volontà, perché non riesce a integrare a scuola e al lavoro questi immigrati difficili ideologicamente) che porta alla violenza insieme agli insegnamenti dell'imam. Un mio caro amico, lo scrittore Bruce Bawer, gay, decise di trasferirsi in Olanda col suo compagno sperando in una vita quieta. Il suo libro While Europe slept («Mentre l'Europa dormiva»), ricorda che l'Europa per lui era «Mozart e Beethoven, Matisse e Rembrandt, Dante e Carvantes». Ma Amsterdam si è trasformata in un incubo di persecuzione antigay da parte degli immigrati. Con lui adesso soffre la Svezia, e ieri Parigi, Londra, Boston. Vogliamo, finalmente prendere sul serio la questione «islam e immigrazione»? O ci prenderanno per islamofobi per aver osato dirlo? In realtà qui non c'entra affatto l'islamofobia, ma il peso dell'ideologia nelle società multiculturali e dominate dai media moderni. È evidente che, oltre la nostra affettuosa remissività multietnica, è tempo per un po' di pensiero.

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