"Non sarete mai al sicuro". Torna l'incubo del 7 luglio

La frase gridata dall'assassino come un proclama risveglia il ricordo della strage

È la lunga mano di una maledizione cominciata il 7 luglio 2005. La metropolitana che brulica, la città degli affari e del turismo nell'ora di punta, quando la marea umana dei londoners raggiunge gli uffici, le banche, i fast-food e i take-away. Alle 8:50 le esplosioni. Una serie. Coordinata. A dimostrare che il piano era stato studiato. Allora furono 52 le vittime e circa 700 i feriti che videro coi loro occhi saltare in aria i corpi dei loro vicini di viaggio, su quell'autobus rosso che fermò la sua corsa a Tavistcok Square o sulle carrozze della metropolitana che è linfa vitale della capitale inglese. Liverpool Street, Aldgate, Russell Square. Il cuore della città. Una strage che, nonostante Londra sapesse di essere nel mirino del terrorismo islamico, scioccò la Gran Bretagna e il resto del mondo, soprattutto per ciò che emerse più tardi: a differenza che negli attentati delle Torri gemelle, i quattro attentatori erano «British born», nati e creciuti nel Regno Unito, in quel modello di convivenza multiculturale che la città ha sempre considerato il suo fiore all'occhiello, una bandiera da sfoggiare. Invece quei kamikaze si sono uccisi per uccidere dei connazionali. La prova di un odio, di matrice islamica, che non è mai riuscito a equiparare nemmeno la paura generata sugli inglesi da quell'attacco barbaro messo a segno dal «ragazzo della porta accanto».
Ora però quella paura, condita dalle parole di fanatismo religioso pronunciate ieri dal terrorista che ha decapitato un soldato in servizio («Allah Akbar», Allah è grande), rischia di diventare psicosi. «Voi non sarete mai al sicuro. Liberatevi del vostro governo, a loro non importa di voi», ha detto l'aggressore dalla pelle nera. E le sue parole suonano come un manifesto di sfida a chi vuol girare la faccia dall'altra parte: «Mi scuso con le donne che hanno dovuto assistere a questo oggi, ma nella nostra terra le donne devono vedere le stesse cose».
La paura si fa psicosi perché gli attentati hanno attraversato e condizionato tutte le politiche sulla sicurezza dei tre esecutivi di questi ultimi otto anni, da Tony Blair al successore Gordon Brown, che nel 2007, appena insediato, ebbe a che fare con due bombe disinnescate nel cuore della capitale e un Suv lanciato a velocità contro l'aeroporto di Glasgow (era Al Qaida). Ma oggi è peggio di ieri per David Cameron. Perché fra le bombe del 2005 e il machete di oggi ci sono i riot che nell'estate di due anni fa misero a ferro e fuoco la capitale, per poi estendersi a Birmingham, Liverpool, Bristol, in quella Gran Bretagna multietnica che si è dimostrata ben più vulnerabile e carica di odio di quello che gli stessi inglesi credessero.
Stavolta nel mirino è finito un servitore della patria, un altro simbolo. Una ragione in più per alzare il livello di allarme. E spaventare un Paese che fa del patriottismo il suo grande orgoglio, un Paese in cui nel Queen's Speech, il discorso di annuncio del programma legislativo di governo, Sua Maestà ha promesso la difesa degli abitanti delle Falkland.
Elisabetta II, dopo la notizia, si è detta turbata, il premier Cameron è rientrato subito a Downing Street da Parigi e anche il leader dell'opposizione ha fatto ritorno in patria dopo una visita in Germania. A Londra è il tempo di unirsi di nuovo contro il nemico.

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