Obama ci ripensa: difendiamo Bagdad

La rapida avanzata delle milizie islamiche costringe la Casa Bianca a una retromarcia: "Ma niente truppe"

Obama ci ripensa: difendiamo Bagdad

Meglio far vincere Al Qaida che ammettere di aver sbagliato. È la cinica e spietata legge di Obama. Quella che nelle settimane passate - secondo il New York Times - ha spinto il presidente statunitense a ignorare le richieste del premier iracheno Nouri Al Maliki che lo implorava di bloccare l'avanzata dei miliziani jihadisti dell'Isis (Stato Islamico dell'Iraq e della Siria) nel nord del Paese. Ieri dopo le rivelazioni del quotidiano il presidente ha tentato una disperata correzione di rotta spiegando che l'Iraq «avrà bisogno di ulteriore assistenza americana e della comunità internazionale» e annunciando «azioni immediate e a breve termine» che «devono essere intraprese militarmente». Azioni, come hanno poi precisato i portavoce dell'Amministrazione che non contemplano l' invio di truppe sul terreno. Quindi con tutta probabilità Obama si limiterà a dare il via libera a quei bombardamenti delle milizie dell'Isis che il governo iracheno implorava da mesi. Un cambio di rotta che ha suscitato l'ironia dell'opposizione. «Mentre l'Iraq crollava - ha detto il capogruppo repubblicano alla Camera - Obama sonnecchiava».
Un sonnellino iniziato lo scorso marzo quando - secondo Kenneth Pollak, un ex-analista della Cia citato dal New York Times - «alcuni funzionari iracheni di altissimo livello» avvicinano una delegazione americana a Bagdad spiegando di non aver ricevuto risposta alle richieste «d'intervento aereo contro le basi dell'Isis situate nel deserto di Jazira». La richiesta, stando al NewYork Times, viene reiterata dallo stesso Al Maliki l'11 maggio scorso durante un incontro con alcuni diplomatici americani e il generale Lloyd Austin, capo del Comando Centrale e responsabile di tutte le operazioni mediorientali. Il 16 maggio, dopo aver atteso inutilmente risposta, il premier iracheno ripete le sue richieste durante una telefonata con il vice presidente Joseph Biden. Non pago, le mette per iscritto e le spedisce in copia al primo inquilino della Casa Bianca. Anche stavolta nessuno gli dà retta. A cancellare ogni sua speranza ci pensa, alla fine un portavoce del Pentagono : «Spetta alle forze di sicurezza e al governo iracheno affrontare questa situazione», spiega martedì l'ammiraglio John F. Kirby mentre l'Isis sta già razziando le armi americane ammassate nei depositi militari di Mosul. Dietro l'iniziale no di Obama c'era proprio la decisione di non offrire argomenti all'opposizione a quanti, nel 2011, avevano contestato la decisione di procedere ad un completo ritiro dall'Iraq. Bombardare le basi dell'Isis equivaleva a riconoscere che la guerra in Iraq - a differenza di quanto ripetuto più volte - non era un capitolo chiuso. Come dire insomma che il ritiro era stata una scelta politicamente sbagliata e militarmente avventata. La scelta del ritiro totale aveva, di fatto, impedito a Washington di esercitare qualsiasi controllo sul premier sciita Nouri Maliki che ne aveva approfittato per avvicinarsi a Teheran, favorire la maggioranza sciita ed emarginare le tribù sunnite spingendole nelle braccia dei fanatici dell'Isis. Il niet di Obama era figlio, insomma, anche della frustrazione di un presidente estromesso dal grande gioco del Medioriente, dove l'America sembrava rassegnata a giocare un ruolo da comprimario e dove gli unici attori rimasti sembravano il fanatismo qaidista da una parte e la grande potenza iraniana dall'altra. Le prossime settimane ci diranno se l'intervento in extremis di Obama riuscirà a raddrizzare le sorti di una partita che pare compromessa.

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