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Riyad Hijab si rifugia in Giordania: «È un regime assassino»

Riyad Hijab si rifugia in Giordania: «È un regime assassino»

Il regime perde pezzi e la Siria scivola nel caos. Ieri ha preso il largo il premier sunnita Riyad Hijab, scappato in Giordania prima ancora che Damasco ne annunciasse le dimissioni. E secondo fonti arabe altri tre ministri avrebbero defezionato assieme ad importanti esponenti della sicurezza. «Dico addio ad un regime terrorista ed assassino per passare tra le fila della dignità e della libertà, da oggi sono un soldato della rivoluzione» ha annunciato Hijab, un ex ministro dell'agricoltura promosso premier a giugno con l'incarico di promuovere dialogo e riforme. Il fuggitivo, scortato in Giordania da un gruppo di ribelli, si è consegnato all'esercito hashemita.
L'agonia siriana rischia comunque di rivelarsi assai dolorosa. Ieri una bomba ha colpito la tv di Stato, ma i gangli del potere, composti dai fedelissimi del clan alawita di Bashar Assad, restano intatti. E ad Aleppo l'esercito prepara una micidiale offensiva contro l'armata ribelle. Nel Paese paura ed insicurezza regnano però sovrani. In questo clima, come dimostra il saccheggio del monastero simbolo di Deir Mar Musa, la minoranza cristiana appare sempre più nel mirino. «È successo sabato. Hanno detto subito “niente paura siamo solo ladri”, poi mentre un paio di loro mostravano le armi gli altri si portavano via quel che c'era nei magazzini, comprese le attrezzature per coltivare i campi. Non ci hanno fatto del male, ma ormai in Siria la vita è questa - racconta suor Hudea Sadoun raggiunta telefonicamente dal Giornale. «Noi cristiani siamo una piccola minoranza, tutti possono prendersela con noi… per questo il nostro futuro è incerto. Possiamo solo pregare sperando che il mondo comprenda il nostro dramma». Suor Hudea Sadoun, 45 anni, fino a una decina di giorni fa era a Roma. «Studiavo – racconta - al collegio gesuita della Pontificia Università Gregoriana». Ora è di nuovo nell'inferno della guerra civile. Il monastero di Deir Mar Musa - dove vive, prega e lavora assieme ad altri sei religiosi siriani, uno spagnolo, una tedesca e un francese - era uno dei gioielli della comunità cattolica. Un'oasi di pace restaurata dal gesuita padre Paolo Dall'Oglio e trasformata in un simbolo di convivenza tra alawiti, sunniti e cristiani. Con il dilagare degli scontri il miracolo si è dissolto. Il monastero, situato 80 chilometri a nord di Damasco, si è ritrovato a far i conti con la guerra e Padre Dall'Oglio ha dovuto lasciarlo per rientrare in Italia.
La razzia di sabato è un altro sintomo d'una situazione in continuo deterioramento. «Le condizioni della popolazione peggiorano mentre la sicurezza diminuisce e gli atti come questi si moltiplicano. Ma noi, se Dio vuole, resteremo fin che potremo» promette con un sospiro suor Hudea. In quel «fin che potremo» s'intuisce l'improvvisa precarietà di una comunità cristiana che rappresenta solo il 10 per cento della popolazione, ma era un tempo una delle più protette del Medio Oriente. Non a caso i cristiani in fuga dall'Iraq cercavano rifugio in Siria. Ora anche quell'ultimo baluardo sta per cadere ed i cristiani siriani si preparano all'esodo, all'esilio e al martirio. Naturalmente suor Hudea e le altre 9 anime di Mar Musa si guardano bene dal parlar di politica.

Sono anime nel mirino e una parola rischia di cambiare i loro destini.

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