Se a Gaza gioia e morte sono solo propaganda

I giorni dei cadaveri esibiti sono già svaniti: ora serve una felicità da stadio

La terra delle tombe è ancora fresca. Negli ospedali le ferite non hanno smesso di sanguinare. E in 160 case il lutto è appena iniziato. Eppure il dolore, quello da raccontare ai giornalisti, esibire davanti alle telecamere, sintetizzare in un cinguettio di twitter è già svanito. Al suo posto sono arrivati lo strombazzare dei clacson, il riecheggiare dei kalashnikov scaricati in aria, le urla e gli slogan gettati al vento dai cortei di auto e pedoni incolonnati tra l'asfalto e il cemento dell'Omar Mukhtar, arteria e cuore pulsante di Gaza. C'è poco da sorprendersi. Dietro un tale repentino sconvolgimento umorale c'è poco di umano. A Gaza i cuori hanno smesso di battere da tempo. E chi si permette il lusso di far funzionare la mente lo fa solo nel silenzio della propria casa. Tutto il resto è teatro, rappresentazione, apparenza. Un teatro mosso ad arte dalla macchina della propaganda di Hamas. In questo meccanismo i 160 morti, il carico di feriti e mutilati, il dolore dei sopravvissuti non hanno più valore reale. Sono semplicemente il combustibile da usare per alimentare la rappresentazione ed adattarla alle esigenze.

Fino ad un attimo prima della tregua servivano corpi straziati, feriti insanguinati e fiumi di lacrime. Quella tragedia era una rappresentazione univoca e uniforme. Nella sua sceneggiatura non c'era spazio per nessuno capace di alzare la mano e ipotizzare che forse anche i missili lanciati su Israele avevano contribuito ad innescare quei fiumi di sofferenza. Dal minuto successivo alla firma della tregua la macchina della propaganda continua a funzionare al massimo regime, ma in senso inverso. Stop alle lacrime e alla disperazione. Al loro posto felicità da stadio, entusiasmo e tifo degni di una vittoria in finale di Coppa del mondo. Certo la mano allungata ai capi di Hamas dal presidente egiziano Morsi - «fratello musulmano» come loro - ha sicuramente regalato al movimento fondamentalista un riconoscimento politico internazionale senza precedenti. Ma in una società libera una semi-vittoria politica non basta a rassettare le pieghe del lutto. Tanto meno a cancellarle in 24 ore. Tre anni fa non era così neppure a Gaza. Nel 2009 dopo l'operazione israeliana «Piombo fuso» Hamas non riuscì a mantenere il consenso, non riuscì a vendere ai propri sudditi l'ebbrezza della vittoria. Oggi invece la macchina della propaganda appare perfettamente rodata, capace di funzionare a pieno regime. E non è solo questione di numeri. I «solo» 160 morti contro gli oltre mille del 2009 non spiegano da soli la capacità di smuovere gli umori e i sentimenti di una popolazione. Dietro c'è piuttosto la spregiudicatezza di un movimento capace di combattere usando i missili forniti da Teheran e di trattare usando la diplomazia egiziana. La freddezza di gruppo capace di sfruttare al meglio l'aiuto di una nazione sciita e di una sunnita pronte in altri casi, come la Siria insegna, a farsi la guerra.

Dietro le lacrime e le gioie di Gaza pulsa insomma il rodato cinismo di una dirigenza che ha trasformato i propri territori in un teatro a cielo aperto. Sul suo palcoscenico guerra e pace, vita e morte non hanno più alcun significato. In quella tragica arena i palestinesi di Gaza sono solo comparse da muovere ed esibire secondo le esigenze e gli obbiettivi del momento.

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