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Alleanza per Hormuz. I big Ue si muovono (ma con cautela). Meloni: serve l'Onu

Anche l'Italia fra i Paesi che mandano un segnale a Trump: "È necessaria la tregua"

Alleanza per Hormuz. I big Ue si muovono (ma con cautela). Meloni: serve l'Onu
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nostro inviato a Bruxelles

«Esprimiamo la nostra disponibilità a contribuire agli sforzi necessari per garantire il passaggio sicuro attraverso lo Stretto» di Hormuz e «accogliamo con favore l'impegno delle nazioni che stanno lavorando alla pianificazione preparatoria». Mentre a Bruxelles va in scena il primo Consiglio europeo da quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato l'Iran, i principali Paesi europei sottoscrivono una dichiarazione congiunta in cui si impegnano a consentire la riapertura in sicurezza dello Stretto di Hormuz. Un documento annunciato da Downing Street e su cui convergono Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e pure Giappone e Canada. E che, in qualche modo, è un segnale di discontinuità rispetto alle tensione registrate negli ultimi giorni tra le cancellerie occidentali e Donald Trump dopo che la sua richiesta di un intervento per mettere in sicurezza il traffico commerciale nella zona di Hormuz era stata rispedita al mittente da tutti.

I sette Paesi condannano «con la massima fermezza» i recenti «attacchi condotti dall'Iran» contro «navi commerciali disarmate», nonché quelli rivolti a infrastrutture civili, incluse le installazioni petrolifere e del gas, come pure la chiusura di fatto dello Stretto da parte delle forze iraniane. Nella dichiarazione congiunta non si fa alcun riferimento a Stati Uniti e Israele, una prudenza che ricalca l'approccio usato dai Ventisette nella bozza di conclusioni del Consiglio Ue. Si esprime, invece, «profonda preoccupazione per l'escalation in corso», invitando Teheran a «cessare ogni minaccia», dalla posa di mine agli attacchi con droni e missili. Una presa di posizione che prova a riavvicinare l'asse occidentale, anche se Trump non sembra curarsene troppo. Gli alleati, ironizza il presidente americano, «stanno diventando più disponibili su Hormuz, ma ormai è troppo tardi». Mentre a stretto giro il ministro degli Esteri iraniano Seyyed Abbas Araghchi fa sapere al suo omologo giapponese Toshimitsu Motegi che «qualsiasi intervento nello Stretto equivarrebbe a complicità nell'aggressione» di Stati Uniti e Israele.

In verità, la dichiarazione congiunta di Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Canada e Giappone è più un segnale politico e d'intenti. Tanto che quasi tutti i leader interessati si affrettano a puntualizzare che un'eventuale missione a Hormuz può avvenire solo sotto il cappello Onu. Non a caso, il documento sottoscritto dai sette Paesi - e concordato con il segretario generale della Nato Mark Rutte - cita espressamente la Risoluzione 2817 adottata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite lo scorso 11 marzo 2026.

Così, dopo le minacce iraniane e con le opposizioni che in Italia chiedono chiarimenti su un'eventuale intervento nello Stretto, dalla delegazione italiana a Bruxelles filtra cautela. Perché non si tratta di un impegno sul modello dei Volenterosi per l'Ucraina, ma piuttosto di un coinvolgimento dell'Onu per garantire i traffici commerciali nello Stretto e, dunque, cercare di contenere il caro-carburanti legato al conflitto.

Una posizione che mette nero su bianco il ministro degli Esteri Antonio Tajani, secondo il quale la dichiarazione sottoscritta dai sette Paesi è «un documento politico, non un documento militare». «Qualora ci dovesse essere una missione Onu - dice il vicepremier - siamo pronti a fare la nostra parte». «Nessuna missione di guerra. Nessun ingresso a Hormuz senza una tregua e senza un'iniziativa multilaterale estesa», gli fa eco il ministro della Difesa Guido Crosetto. Ed è esattamente questa la posizione di Giorgia Meloni. Condivisa, peraltro, da molti dei leader che hanno sottoscritto il documento, a partire da Friedrich Merz.

«Potremo contribuire» a Hormuz, spiega il cancelliere tedesco, «solo quando taceranno le armi». «A quel punto - aggiunge - potremo fare molto per riaprire e mantenere le rotte marittime, in conformità con un mandato internazionale di cui oggi siamo sprovvisti».

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