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«Fatwa» contro il calcio dagli imam integralisti

L’editto, che proibisce i pantaloncini corti, induce tre giocatori a seguire Bin Laden

da Riad

In tre, giovani e pieni di passione per il pallone, avevano trovato la loro strada nel calcio: una piccola squadra, a rappresentare Taif, località nei pressi della Mecca, in Arabia Saudita. Per Majid, Tamer e Dayf - questi i loro nomi - le partite, gli spettatori, l’euforia di stare in campo erano un’occasione per distrarsi e divertirsi, come in qualsiasi altra parte del mondo. Poi improvvisamente la decisione di lasciare tutto e arruolarsi tra le file di Al Qaida.
Qualcuno non era riuscito a spiegarsi quel gesto, che aveva addirittura portato all’arresto di uno dei tre ragazzi, a Mosul, per un fallito attacco kamikaze. In sostanza, da promettenti sportivi i tre giovani si erano trasformati in aspiranti attentatori suicidi. La ragione? La risposta è arrivata inaspettata grazie al racconto affidato dai loro compagni di squadra al quotidiano di Riad, Al Watan. All’origine della scelta di Majid Sawat, Tamer al-Thamali e Dayf Allah al-Harithi, c’è una fatwa contro il calcio diffusa su internet. L’editto islamico, firmato da un gruppo di ulema fondamentalisti e diffuso sul web il 12 giugno 2002, stabilisce infatti che i musulmani non possano praticare il calcio se non a certe condizioni. Quali? Regola numero uno: indossare un pigiama o un vestito lungo, perché i pantaloncini sono considerati abiti occidentali che non coprono abbastanza il corpo. Regola numero due: vietato pronunciare parole straniere come «corner» e «out», e vietato seguire le norme delle Federazioni internazionali, comprese le regole che prevedono squadre di undici calciatori e il campo di una certa grandezza. Per discostarsi dalle regole applicate in Occidente, meglio una squadra con meno o con più di undici giocatori. E sicuramente senza arbitro.

A riferire del repentino cambiamento e della fatwa sono stati i compagni di squadra dei tre, che hanno rivelato al quotidiano saudita come i loro amici siano rimasti vittime di un condizionamento psicologico, Un «lavaggio del cervello» da parte di alcuni imam integralisti.
La fine della storia è ovvia: addio al calcio e inizio di una vita da integralisti. Per uno di loro si sono già aperte le porte del carcere.

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