La favola nera di Von Trier mette a dura prova il cinefilo

Dogville di Lars von Trier è un film tribolato. E destinato inesorabilmente a procurare a chi lo vuol vedere a ogni costo ardue compensazioni e scarsi (o del tutto inesistenti) appagamenti. Von Trier s’impanca, appunto con Dogville, a orchestrare una vicenda che, pur vagamente evocata con una strumentazione (narrativa, scenografica, drammaturgica) tutta virtuale, e mettendo in gioco l’abusato espediente di una voce fuori campo, s’intriga nel prospettare una tetra favola moralistica persa nei luoghi e tra i personaggi convenzionali (la ragazza vilipesa e oltraggiata, un paesaggio abitato da torvi ceffi, la rivalsa finale cruenta e spietata). Dilatato nella stesura originale di quasi 3 ore di proiezione e ridotto, nella versione proposta in Italia, di ben 45 minuti, Dogville è una sorta di cimento anche per il cinefilo più rigoroso. Per i restanti spettatori, l’unica gratificazione è costituita – crediamo – da una Kidman al meglio delle sue sorprendenti, insospettate risorse espressive e da un team di comprimari di pari valore (Stellan Skarsgard, James Caan, Lauren Bacall). Alla sua prima sortita, a Cannes 2003, e poi dovunque Dogville destò risoluti, contrastanti giudizi. E non poteva, non può essere ancor oggi altrimenti: è un film fatto per dividere, non per estorcere facili consensi.

DOGVILLE Medusa, euro 16,99
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