Fiat, i «mohicani» della Fiom che tengono in scacco 16mila famiglie campane

Big Ben ha detto stop. Il destino di Pomigliano d’Arco è vincolato all’esito dell’incontro in programma domani tra Fiat e sindacati e, in particolare, all’atteggiamento che sarà tenuto dalla delegazione Fiom: peseranno sulla trattativa finale gli umori di Enzo Masini, coordinatore auto della sigla espressione della Cgil, e del neosegretario generale Maurizio Landini. E come si porranno gli «irriducibili» dinanzi ai colleghi delle altre organizzazioni, più aperte a negoziare con il Lingotto a cui hanno anche riconosciuto l’impegno a favore del Paese? Il piatto è pesante: l’avvenire di quasi 16mila famiglie, tra dipendenti diretti di Pomigliano (5mila), aziende dell’indotto e fornitori vari. Sergio Marchionne le sue carte le ha già scoperte e il progetto «Fabbrica Italia», che prevede il raddoppio della produzione del gruppo automobilistico nel Paese da qui al 2014, è l’asso che l’amministratore delegato del Lingotto ha messo sul tavolo il 21 aprile scorso. Il top manager, anche ieri, è stato chiaro: «Tutti devono fare uno sforzo per trovare l’accordo. Le nostre richieste non sono niente di straordinario. Stiamo ancora vivendo in un mondo che non esiste più realmente: vediamo di riconciliare i principi del passato con il presente. Il mercato dell’auto cambierà nei prossimi 20 anni». Quindi la frase che pone i sindacati davanti alle proprie responsabilità: «Se sarà trovato l’accordo si partirà con la produzione della Panda nel 2011 a Pomigliano d’Arco, altrimenti andremo a farla altrove. Gli operai di Pomigliano devono dire se vogliono lavorare o no».
L’esito dell’incontro, dopo i botta e risposta delle ultime settimane che hanno visto la Fiom tenere un atteggiamento spesso intransigente rispetto altre sigle, rappresenta il banco di prova per l’intero piano «Fabbrica Italia». Nel caso fallisse la vertenza sulla riorganizzazione del lavoro a Pomigliano, l’ambizioso progetto industriale di scommettere sulle radici italiane per il futuro di Fiat Auto partirebbe in salita e il suo sviluppo potrebbe essere riconsiderato. Domani, dunque, chi tra i sindacati siederà al tavolo con la delegazione torinese dovrà tenere ben chiaro nella mente a quali conseguenze andrà incontro l’economia del territorio in base a un semplice «sì» o «no». Fatto salvo che ci sono ancora margini di discussione con Torino su alcuni punti della piattaforma, dalla Fiom si attende un segnale forte e innovativo, quello di guardare al futuro e ragionare in prospettiva. Per rendere competitiva l’industria italiana dell’auto è necessario prepararsi allo scenario che il settore si troverà di fronte nei prossimi anni e presentarsi all’appuntamento con l’intera struttura produttiva in linea con le capacità ottimali di utilizzo. «È l’unico modo - ha ribadito Marchionne - per garantire un futuro solido sia a Fiat sia alla sua base produttiva in Italia». Come a dire che per il 2014 (e ci si arriva rapidamente) il gruppo dovrà essere posto nelle condizioni di rispondere con rapidità ed efficienza ai mutamenti della domanda. Insomma: Marchionne vuole essere il primo tra i condottieri dell’industria italiana a voltare pagina anche nei rapporti diretti con i rappresentanti dei lavoratori: stop all’intransigenza e più senso di responsabilità proprio verso la base di cui sono il punto di riferimento.
«Alla Fiom faccio un invito - commenta Gerardo Giannone (Rsu Fiat di Pomigliano d’Arco) -: abbassino il tono polemico e alzino invece quello della trattativa per far sì che la fabbrica rimanga aperta rispettando le regole. Nessuno deve fare di Pomigliano una bandiera personale, il sindacato deve restare unito e consapevole che questa realtà non può rischiare di chiudere».

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