Fiat, stop a tutte le fabbriche Cassa integrazione per 30mila

Si fermano due settimane, contemporaneamente, tutti gli stabilimenti italiani di Fiat Auto: 30mila lavoratori andranno in cassa integrazione dal 22 febbraio al 5 marzo. Una decisione di cui molti nei sindacati non ricordano precedenti, mentre qualcuno parla di un provvedimento analogo nel 2001, quando c’era alla guida Paolo Cantarella e fu varato un pesante piano di ristrutturazione. E anche allora - fanno notare gli stessi sindacalisti - era in ballo il rinnovo degli incentivi da parte del governo. Il mercato dell’auto non va bene e anche a Piazza Affari i timori hanno causato un nuovo contraccolpo: il titolo, che lunedì aveva perso il 3,7%, ha ieri ceduto lo 0,8% a 9,46 euro.
L’Unrae stima per gennaio, a causa dell’incertezza sui tempi del rinnovo degli incentivi, un calo degli ordini del 7% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. Ed è proprio questa, spiega la Fiat, la motivazione dello stop delle fabbriche: «Dopo il periodo positivo di fine 2009, gli ordini si stanno drasticamente ridimensionando a un livello ancora più basso di quello registrato a gennaio dell’anno scorso, quando il mercato era in grave crisi». Il Lingotto prevede che «questo andamento negativo continui» e ritiene quindi necessario «adeguare i livelli produttivi alla domanda».
«L’azienda un giorno annuncia la distribuzione degli utili, il giorno dopo la cig. Si tratta di uno schiaffo alla condizione dei lavoratori», osserva il segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini secondo il quale il blocco della produzione «è anche uno strumento di pressione nei confronti del governo». «La crisi - commenta Giorgio Cremaschi della segreteria Fiom - non è per niente finita. Forse abbiamo toccato il fondo ma sul fondo stiamo ancora camminando». Per Eros Panicali della Uilm «la decisione della Fiat è un segnale contraddittorio perché la Fiat non ha problemi di sovrapproduzione», la Fismic parla di «segnale molto grave» e chiede «misure energiche da parte del governo».
Il ricorso alla Cig «è una decisione a freddo che interrompe in qualche modo il filo del dialogo sociale», attacca il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi . «Ci auguriamo - aggiunge al Tg1 - di ricucirlo presto a un tavolo che è dedicato al gruppo Fiat». In ogni caso per Sacconi il tema ancora irrisolto «è quello del futuro strategico di Fiat», dal quale poi discendono altri problemi come quello di Termini Imerese». Il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, ribadisce invece che il Lingotto per risolver e i problemi del lavoro deve portare la produzione di auto in Italia a un milione e 100mila auto all’anno. Per l’Ugl «il cuore della nuova vertenza Fiat è nel Centro-Sud e nasce dalle scelte industriali per l’Italia». In attesa del tavolo tecnico al ministero dello Sviluppo Economico, continuano le proteste dei lavoratori: a Pomigliano i 38 lavoratori a cui la Fiat non ha confermato il contratto a fine anno sono saliti sul tetto minacciando di darsi fuoco, mentre a Termini Imerese gli operai dell’indotto hanno bloccato l’ingresso dei Tir ai cancelli della fabbrica. Sempre nella cittadina siciliana restano sul tetto i dipendenti della Delivery Mail, l’azienda a cui la Fiat ha ritirato l’appalto per la pulizia dei cassoni.
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