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Filippine: Vagni libero, odissea finita dopo 178 giorni di prigionia

Il ministro Frattini: "Non c’è stato bisogno di alcun blitz delle forze di sicurezza di Manila né abbiamo pagato un riscatto". Mediazione di gruppi islamici moderati. Più volte è stato necessario contenere le iniziative dei militarifilippini

Filippine: Vagni libero, odissea finita dopo 178 giorni di prigionia

È stato un incubo senza fine. Un tormento per lui esausto e sofferente, un’angoscia per i nostri diplomatici impegnati non solo a cercar canali per le trattative ma anche a tener a freno i militari filippini sempre pronti a temerarie azioni di forza. Ma ora, a poco meno di sei mesi dal suo sequestro, il 62enne ingegnere Eugenio Vagni è finalmente libero, finalmente pronto a rivedere la moglie filippina Khwanruean Phungket e i due figli che da un mese avevano lasciato Montevarchi per Manila. La notizia della sua liberazione arriva verso le 19.30 italiane quando nell’isola di Jolo, teatro dal 15 gennaio dell’odissea del volontario della Croce Rossa internazionale, sono le tre e mezza di notte.
La prigionia di Eugenio Vagni si è risolta «nel migliore dei modi, senza nessun rischio per la sua incolumità», spiega il ministro degli esteri Franco Frattini mentre fonti della Farnesina aggiungono che Vagni si trova in zona sicura è ha già ricevuto la visita delle autorità locali filippine. Il primo ad aggiungere qualche dettaglio sui negoziati che hanno garantito la liberazione e reso inutile il pagamento di un riscatto è il senatore Richard Gordon, capo della Croce Rossa del Filippine e anche di quel partito della trattativa che - d’intesa con la diplomazia italiana - cercava di contenere le iniziative dei comandanti militari. A dar retta al senatore Gordon, la liberazione del tecnico italiano è la conseguenza di un accordo con le autorità militari per il rilascio di due mogli e alcuni figli di un importante capo di Abu Sayyaf, l’organizzazione terrorista islamica protagonista del rapimento. Mentre il senatore Gordon parlava da Manila il ministro degli esteri Franco Frattini ricordava che il volontario italiano è stato liberato senza alcuna operazione militare e senza il pagamento di alcun riscatto. «Ho fatto presente al ministro degli Interni delle Filippine che ritenevamo pericoloso in quelle condizioni effettuare un blitz che non c'è stato neanche per gli altri ostaggi».
Con quella dichiarazione il ministro sembra voler esorcizzare le preoccupazioni dei mesi passati. Mesi in cui i servizi segreti e diplomatici hanno lottato non poco per tenere a freno la foga dei comandanti militari di Manila spesso vicini a ordinare improvvisati blitz capaci di mettere a repentaglio la vita dell’ostaggio. Una vita sospesa ad un flebile filo visto che i terroristi del gruppo Abu Sayyaf non hanno esitato, in passato, a uccidere altri ostaggi.
A garantire il successo della trattativa e la liberazione dell’ingegnere sarebbe stata una complessa trattativa gestita grazie anche all’appoggio di altri esponenti islamici vicini, un tempo, ai terroristi di Abu Sayyaf. Quel coinvolgimento di ex militanti e dirigenti del gruppo Moro, un organizzazione musulmana uscita dalla lotta armata, avrebbe contribuito, come specificava Frattini,a far sentire “isolati” i sequestratori. «Eravamo in contatto con loro. È stato un lavoro paziente e capillare e i gruppi di sequestratori si sono sentiti nella condizione di doverlo liberare senza mettere a rischio la vita del nostro connazionale», ha aggiunto il ministro.
Frattini ha anche ricordato la dolorosa odissea di un ostaggio sofferente e malato «spostato più volte» durante i sei mesi di prigionia. Quei trasferimenti a piedi nel mezzo di una giungla tropicale disseminata di alture e passaggi complicatissimi rappresentavano un secondo incubo. Già malato di una grave forma di ernia prima della cattura, Vagni accusava da mesi un riacutizzarsi della malattia. Quell’ernia rendeva difficilissimi i trasferimenti dell’operatore umanitario, impediva ai terroristi di muoversi agevolmente e rischiava di indurli a uccidere l’ostaggio.
Vagni era caduto nelle mani dei suoi rapitori il 15 gennaio scorso vicino al villaggio di Patikul, sull’isola di Jolo. Assieme a lui erano stati catturati anche la collega filippina Mary Jean Lacaba e lo svizzero Andreas Notter, liberati rispettivamente il 2 e il 18 aprile. Tempi e modi del rientro in Italia di Eugenio Vagni vengono ora curati dalla Croce Rossa internazionale di Ginevra.

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