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"Alla fine un padre serve ma sette sono troppi..."

Lo scrittore svedese Andrev Walden racconta l'infanzia in una famiglia hippie e l'avvicendarsi di figure paterne

"Alla fine un padre serve ma sette sono troppi..."
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In sette anni, Andrev Walden vede sette padri diversi entrare e uscire dalla sua vita. È la Svezia degli anni Ottanta, e sua madre vive in mezzo alla natura con il Mago delle Piante, un finto invalido violento ed espertissimo di erbe e funghi; lui è un ragazzino di sette anni e tra vari trasferimenti in città e migrazioni con sorelle e fratelli gli toccano l'Artista, il Ladro, il Pastore, l'Assassino, il Canoista e infine l'Indiano, che sarebbe il suo padre biologico. Alla fine, Walden è diventato padre di due figli, giornalista e scrittore e con il racconto di questa infanzia non proprio standard ha vinto il Premio August: il libro arriva ora in Italia con il titolo Maledetti uomini, edito da Iperborea (pagg. 440, euro 20), insieme al suo autore, ospite al Festival I Boreali a Milano, in due incontri al Teatro Parenti (domani 23 gennaio, ore 18.30 e sabato 24, ore 15.30).

Andrev Walden, perché ha scritto questo libro?

"Mi hanno chiesto se sia stato per ragioni terapeutiche, ma non direi: è solo che credo sia una buona storia, che mi sono ritrovato fra le mani gratis, e sono convinto che lo avrei scritto anche se non fosse stato vero, anche se avessi dovuto inventare tutto. Infatti, quando ho consegnato il manoscritto al mio editor, gli ho detto: devi leggerlo come se fosse un romanzo e decidere in base a quello se pubblicarlo o no".

È una storia drammatica a tratti, ma il tono è sempre divertente.

"È una commedia, non un giudizio o una vendetta: racconto la storia di un ragazzino che cerca di raffigurarsi come sia l'amore e che cosa sia un uomo. Due domande piuttosto difficili...".

Fra tanti padri, uno vero lo ha avuto?

"Uno che possa davvero pensare tale? No. Il mio padre biologico è arrivato troppo tardi nella mia vita, quando avevo 14 anni; oggi abbiamo contatti, ma vive a Bruxelles. E poi, per una mia fantasia, da bambino lo avevo immaginato come un Indiano, con il cavallo e le frecce, e così sono sempre un po' deluso quando lo vedo, perché sembra un autista, che in effetti è il suo mestiere".

E sua madre?

"Fin da piccolo mi ha convinto che degli uomini, i maledetti uomini, non ci si possa fidare, perché sono pericolosi e fuori di testa; e questa idea non mi ha mai abbandonato, infatti ho sempre avuto paura dei maschi adulti. Quando sentivo mia madre parlare così degli uomini, lei si accorgeva che ero nervoso, perché fra me e me pensavo che anche io sarei diventato un uomo; al che si avvicinava e mi diceva: stai tranquillo, tu sei così vicino al tuo lato femminile... e questo, da adolescente, mi spaventava ancora di più".

Il problema è anche che non ha avuto dei padri, diciamo così, esemplari?

"Più che altro erano bambini alti di statura. L'Assassino è il peggiore, un uomo geloso e violento, orribile, eppure commovente, a suo modo, nel suo desiderare una famiglia e nel non riuscire a gestirla. Non mi piaceva nessuno dei miei padri ma alla fine mi dispiace per ciascuno di loro".

Il Mago delle piante, un hippie vissuto a spese dello Stato, esemplifica una certa ipocrisia?

"Molta ipocrisia. È il mio personaggio preferito: come padre era pessimo, ma per un romanzo è una figura eccezionale... Oggi ha 75 anni e non ha mai lavorato un giorno in vita sua. Era arrabbiato che avessi scritto di lui ma, quando ha scoperto che il libro aveva vinto il premio August, ha cambiato idea".

Com'era la vita in una famiglia hippie?

"Mia mamma faceva parte della green wave di fine anni '60, di quei giovani di città che si erano trasferiti in campagna in cerca della natura. Negli anni '80 il movimento stava finendo: i più svegli erano all'università o in televisione e solo i perdenti erano ancora senza lavoro. Sono cresciuto sulle rovine del movimento del '68. Sia io sia mio fratello abbiamo vissuto in contrasto con la nostra infanzia: siamo entrambi sposati da oltre vent'anni, abbiamo vite organizzate, non ho mai preso droghe, niente alcol. Di sicuro i nostri figli torneranno in campagna...".

Alla fine un padre serve?

"Sì, me ne sarebbe servito uno, credo. Anche se non ho modo di fare confronti e stabilire come sia un buon padre. Averne tanti, ma pessimi, non ha funzionato. Quello che credo è che i genitori dovrebbero sforzarsi un po' di più di tenere insieme la famiglia quando ci sono dei bambini piccoli: non c'è niente di male ad anteporre l'amore per i figli a quello per sé stessi. Sa, sono un po' conservatore sul matrimonio".

Un'altra reazione?

"Sicuramente. Però non cambierei mai la mia infanzia, specialmente ora che mi fa guadagnare...".

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