"Fini? Era il pupillo di Almirante Ora s’'è convertito al pensiero unico"

In psicanalisi si dice uccidere il padre: oggi è Berlusconi

Jean-Marie Le Pen, attuale presidente onorario del Fronte Nazionale
Jean-Marie Le Pen, attuale presidente onorario del Fronte Nazionale

Strasburgo - Manuel Barroso è stato rieletto presidente della Commissione europea, anche se Jean-Marie Le Pen non l’ha votato. Ma la vitalità del fondatore e presidente del Front National resta immutata. Le Pen ne ha viste tante: la seconda guerra mondiale, con l’ impegno nella Resistenza; l’ingresso pochi anni dopo, da giovanissimo dunque, nel parlamento francese, deputato del Quartiere Latino di Parigi per l’Union des commerçants et artisans (Udca), il partito di Pierre Poujade; poi il servizio militare in Algeria, con la repressione della guerriglia; la fondazione, nel 1972, del Fn, prendendo in prestito il simbolo del Msi: fiamma bianco-rosso-blu anziché bianca-rossa-verde; poi la «traversata del deserto», fino a fare del Fn uno dei grandi partiti francesi e a umiliare il socialista Lionel Jospin nelle penultime elezioni presidenziali.

Una vita in politica quella di Le Pen, che ha avuto episodici contatti con l’Italia, specie da quando le percentuali del Fn si avvicinavano a quelle missine. Era il periodo fra gli ultimi anni di Giorgio Almirante e la designazione a suo erede di Gianfranco Fini. Ricapitolo con Le Pen: lui sorride ai ricordi. Quanto al presente, non gli sfugge: segue le vicende italiane di questi giorni, ma - dice - «non ho mai incontrato Silvio Berlusconi».

Signor Le Pen, ma conosce bene Fini...

«... Da quando era il pupillo di Almirante».

Zelante pare un elogio. Lo è?

«Non avevo nulla contro di lui: l’ho anche sostenuto in una circostanza difficile».

Quale?

«Il congresso del Msi in una città del sud che non ricordo (Sorrento, 1987 - ndr)».

Prosegua.

«Fini era candidato alla segreteria. Ci furono spintoni e schiaffi».

Nel Msi non ci si annoiava quando c’era da scegliere il capo.

«All’Msi occorreva un’evoluzione, ma non pensavo che si sarebbe passati dall’apologia di fascismo all’antifascismo. In pochi anni».

Forse il cambiamento era già maturato in Fini prima che potesse dirlo.

«Oppure Fini ha semplicemente percorso quello che chiamo il cammino degli ambiziosi».

E com’è questo cammino?

«Mira alla conquista del potere inerpicandosi, non camminando a testa alta e con le mani nette».

Fini è la terza autorità dello Stato. Ed è stimato anche tra gli elettori di altri partiti.

«Ma in che contesto! Uno psicoanalista direbbe che abbia voluto uccidere il padre. Almirante ha tolto

l’incomodo subito. Ora il padre è Berlusconi».

Vasto programma. Ma restiamo ai fatti che vi hanno unito. Lei e Fini andaste a Baghdad da Saddam Hussein...

«Per prelevare gli ostaggi europei. Inizialmente avrei dovuto accompagnare solo i francesi, ma il governo di Parigi si oppose».

Perché?

«Non si voleva che il rilascio apparisse come un mio successo».

Dunque?

«Coinvolsi Fini nel viaggio. Per la ragione che ho detto, al rientro non ci lasciarono atterrare in Francia».

Ma a Basilea...

«...E qui ci raggiunse l’aereo della presidenza della Repubblica italiana».

Comunque fu un successo per entrambi. Fu la nascita di un tandem?

«No, dopo la visita a Saddam Hussein con Fini non ci siamo praticamente più visti».

Era il 1990-91. Come definirebbe la politica di Fini allora?

«Una politica nazionale, come la mia. Pensavamo che non si dovesse intervenire negli affari iracheni».

Anni dopo Fini andò anche da Milosevic, che gli offrì, almeno sulla carta, l’Istria.

«Ma io non partecipai a questo viaggio. E poi è venuta la conversione di Fini al pensiero unico, alla teoria dei diritti dell’uomo, alla globalizzazione...».

La rottura politica non comporta necessariamente quella personale.

«Ma Fini è stato sprezzante con chi era rimasto fedele a se stesso».

Coi parlamentari europei italiani eletti con Fini lei ha rapporti?

«Sì, di cortesia, anche se non siamo nello stesso gruppo e se loro hanno appena votato Barroso, con i liberali e i socialisti».