La rete di Mohammad Hannoun temeva di finire nel radar del governo Meloni per i fondi ad Hamas. Perché se da un lato i presunti terroristi potevano vantarsi di una "cara amicizia" con i 5 Stelle e di rapporti con quella sinistra che strizza l'occhio alla galassia pro Pal, dall'altro, con la maggioranza non solo i ponti erano chiusi, ma addirittura l'ostilità alla causa islamista del tutto evidente. È quello che emerge dagli atti dell'operazione Domino, l'inchiesta coordinata dalla Procura di Genova sfociata nell'arresto di Hannoun e dei suoi sodali, accusati di aver trasferito milioni di euro a Gaza per finanziare Hamas. E i presunti terroristi, in più occasioni, esprimono tutto il loro disprezzo per le istituzioni, insultando la premier Giorgia Meloni.
Come il 4 luglio 2024, quando tre degli indagati si trovano presso la sede milanese dell'associazione Abspp e vengono intercettati mentre esternano i loro timori sul fatto che il governo italiano si attivi, accendendo i riflettori sulla loro attività, a seguito delle sanzioni emesse dal Dipartimento del tesoro degli Stati Uniti. Rispondendo al vice di Hannoun sul possibile intervento del governo, uno degli islamisti dice: "Io qua la mia paura è che questa cagna, anche lei si svegli". A quel punto Abu Falastin, alias Raed Dawoud, oggi in carcere in regime di massima sicurezza, chiede chi è. E l'interlocutore risponde "La Meloni".
Arrivano al punto di attaccare anche il capo dello Stato. Lo fa direttamente Hannoun, che intercettato nella sede dell'associazione, il 3 agosto 2024 dice che "Israele non vuole la pace... Sono dei criminali... Vanno processati... Anche se all'Aia hanno dato il loro parere, hanno identificato Israele come entità criminale, però il nostro Paese la settimana scorsa ha accolto il presidente del responsabile del genocidio a Gaza... È stato accolto dal presidente Mattarella, dal premier Meloni... e da altri... e poi giorni dopo l'incontro con i capi dei servizi segreti, ma perché? Perché si trattava di una tregua?! No... perché non vogliono la tregua". Un dettaglio inquietante, visto che non era stata divulgata alcuna notizia in merito all'attività dell'intelligence. Il presidente del Consiglio viene nuovamente tirata in ballo anche il 5 marzo, quando si discute degli incontri organizzati dal vice di Hannoun, Sulaiman Hijazi, per Wael Dahdouh, il corrispondente di Al Jazeera in visita in Italia. Parlando dei futuri appuntamenti con Beppe Grillo e forse Elly Schlein la sua interlocutrice, definendo la segretaria del Pd "una calamità", gli chiede: "Ma non potevi trovare qualcun altro?". Hijazi risponde: "E quindi vuoi che lo porti dalla Meloni, in Italia purtroppo abbiamo solo questi, cosa vuoi che faccia, vedrò anche di farlo incontrare con Ghali il cantante".
Uno sproloquio che, da allora, non si è mai esaurito, visto che sabato scorso, a Milano, il figlio di Hannoun, leggendo una lettera del padre scritta in regime di massima sicurezza nel carcere di Terni, ha insultato Meloni bollando tutto il suo esecutivo
come "guerrafondaio", in una chiamata alle armi a sindacati di base e sigle extraparlamentari. A questo punto sarebbe ora che la sinistra decidesse da che parte stare. Se nelle piazze fintamente pro Pal o con gli italiani.