Fini insiste: «La Padania non c’è» Bossi: «In 10 milioni a difenderla»

RomaDivisi dalla Padania e, a cascata, su tutto il resto. I rapporti tra Gianfranco Fini e Umberto Bossi sono ai minimi storici e nemmeno le avvisaglie di disgelo tra il presidente della Camera e Silvio Berlusconi sono servite a migliorarli. Il fatto è che lunedì Fini ha messo in discussione il mito fondante della Lega e ieri, sulle prevedibili reazioni del Carroccio - che sono arrivate, puntuali e pesanti, direttamente dal leader Umberto Bossi - si sono innestate nuove dichiarazioni del cofondatore del Pdl. Se possibili ancora più nette.
«La Padania non esiste, come ci ha ricordato anche la Società geografica italiana. C`è solo la nostra Italia. Che avrà problemi, differenze tra Nord e Sud, ma è la nostra Nazione. E dobbiamo esserne fieri, non solo quando gioca la Nazionale». Se poi si parla «per conservare il primato, indiscusso, del Nord, per poter continuare a gridare contro Roma ladrona, per insistere con la favola della Padania» e magari «si vuole lasciare tutto cosi com’è, questo è un altro discorso».
Bossi ha replicato tornando, in tono più soft, sui fucili padani che evocò nel 2007. «Ci sono grosso modo 10 milioni di persone pronte a battersi» per quel territorio, il che significa che «la Padania esiste». Mentre la presa di posizioni di Fini sulla macroregione del Nord, secondo il leader del Carroccio, ha una ragione precisa ed è elettorale. «Lasciatelo parlare che la gente lo ascolta e capisce. Bisogna avere fiducia nella gente. La Padania è talmente inesistente che a noi ha dato più voti che a tutti gli altri partiti», per cui «prima di parlare basterebbe riflettere su questo e si eviterebbe di dire cose che non hanno alcun senso». Parole che il Senatùr ha speso in un’intervista e che poi ha sintetizzato parlando a braccio alla Camera: «Fini dica quello che vuole, tanto i voti li lascia tutti a noi».
Una qualche difficoltà al Nord la ammette anche Fini. Il presidente della Camera ha smentito chi mette sullo stesso piano l’inesistenza della Padania e quella della questione meridionale (il governatore del Veneto Luca Zaia). Poi ha parlato di questione settentrionale e di un Nord che ha sicuramente bisogno di «meno tasse, meno burocrazia, meno lacci e lacciuoli» e dove dice di volere andare più spesso. Ma non troverà i leghisti, almeno a sentire la replica di Bossi: «Non sto ad accogliere chi spara a zero contro di noi si arrangerà da solo, ha le gambe e la capacità di prendere un treno».
Una polemica senza soluzione di continuità, che si è aggiunta agli altri motivi di attrito tra Fini e il resto del centrodestra. Quelle che ieri hanno fatto dire al premier Berlusconi, in un’intervista al settimanale Oggi, «stop alle inutili provocazioni quotidiane». Fini non ci sta e con i suoi ha commentato: «Berlusconi finge di non capire che non sono questioni personali ma questioni politiche e che ogni giorno di più sono sotto gli occhi di tutti». In altre parole, è un nodo politico il freno sulla legge che limita la pubblicazione delle intercettazioni. Ed è un nodo politico anche quello della Padania e del Nord, sul quale Fini ha puntato i riflettori da un paio di giorni. Un modo per sottolineare, le sue perplessità sul federalismo fiscale che potrebbe approdare giovedì al Consiglio dei ministri. Oppure, molto più semplicemente, un nuovo fronte di polemica estiva da aprire, nel caso in cui il nodo delle intercettazioni fosse definitivamente sciolto e la legge fosse approvata prima delle vacanze.
Tutto leghista, invece, il fronte delle nomine nel governo. Dopo Pontida, Bossi è tornato a parlare di Brancher, assicurando che il premier gli darà la delega sul decentramento.
Poi c’è la poltrona di ministro delle Attività produttive lasciata libera da Claudio Scajola. Per la guida del ministero, attualmente presidiato ad interim da Berlusconi, il leader della Lega Nord vedrebbe bene Giancarlo Galan. «Secondo me è proprio adatto». Se l’ex governatore Pdl del Veneto fosse chiamato al ministero che si occupa di economia reale, lascerebbe libero il dicastero dell’Agricoltura. Che Bossi vorrebbe dare a un leghista.

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