Fini risfodera l’ascia di guerra: «Non è vero che è tutto a posto»

RomaSe ne sta lontano dalla Capitale, ad Ansedonia, ma non solo. Sereno e tranquillo, in ogni caso, assicurano i suoi. Intento a preparare e limare l’intervento, d’improvviso tanto atteso, che pronuncerà alla Scuola politica di Gubbio giovedì pomeriggio. Dove e quando avrà modo di spiegare, chiarire, quali sono i reali «problemi politici» che vanno affrontati all’interno del Pdl. Gli stessi, tanto per capirci, che il Cavaliere, secondo lui, «nega» in maniera «paradossale». Già. E se da una parte Silvio Berlusconi prova a gettare acqua sul fuoco, rispondendo «non c’è nulla» ai cronisti che gli chiedono se con Gianfranco Fini ci siano frizioni, dall’altra il presidente della Camera storce il muso. «Tutto bene? Non è tutto a posto, anzi», è la replica che fa trapelare a stretto giro.
D’altronde, che da tempo i rapporti tra i due siano gelidi - vabbé, diciamo freddi - è un po’ come la scoperta dell’acqua calda. Detto questo, però, è fuor di dubbio che dal botta e risposta emerga come sia necessario un chiarimento politico. E poco importa se qualcuno, nella maggioranza, in uno slancio forse di generosità, butti lì che una telefonatina, ieri mattina, ci sia stata. Perché anche se fosse vero (dallo staff di Fini arriva una smentita categorica), di certo non avrebbe portato a nulla. Rimaniamo allora a un dato pressoché certo: zero titoli, zero contatti da oltre un mese. Da quei primi d’agosto in cui si colloca l’ultimo confronto risaputo.
Come dire, non è aria. In cambio, c’è un’aggravante. «I rapporti di recente si sono incrinati ancora di più», riferisce chi sembra avere il polso della situazione. Secondo la ricostruzione, il malessere tra gli ex uomini di Alleanza nazionale, che si rifanno ancora oggi all’unico loro leader, sarebbe «profondo». E si legherebbe in maniera perfetta con la recente analisi di Fini sul percorso intrapreso dal Pdl: «Avrebbe senso solo se fosse un grande partito plurale del 40%». E soprattutto, «se qualcuno ha in mente una casermetta in cui qualcuno comanda, sarà la sua di opinione, ma non è la mia e probabilmente neanche quella degli elettori».
Insomma, lasciando da parte per il momento la futura partita, reale o meno che sia si vedrà, che potrebbe giocare in chiave Quirinale, i nodi da sciogliere, secondo Fini, sono sempre gli stessi. In ordine sparso: no al leaderismo assoluto, sì al «dibattito» interno. Di conseguenza, «apertura» e «condivisione» sulle scelte da prendere e sulle strategie da mettere in campo. Comprese le nomine da effettuare a livello locale, sul territorio, su cui si è indietro, nonostante siano passati già sei mesi dal congresso costituente. In casa (ex) An, ci si chiede: a che punto siamo con Statuto e regole?
Ma al di là delle risposte, basta con le riunioni azzurre ad excludendum (vedi l’incontro sulle Regionali a Palazzo Grazioli di venerdì scorso, quando il Cavaliere ha chiamato a sé Sandro Bondi, Denis Verdini, Fabrizio Cicchitto e Gaetano Quagliariello), così come stop alle cene del lunedì sera, ad Arcore, in chiave leghista, senza alcuna rappresentanza per gli uomini un tempo aennini. E come dimenticare, in merito al secondo aspetto, l’analisi politica di Fini sull’alleanza Pdl-Carroccio: «Dobbiamo chiederci se aderire in maniera acritica alle posizioni leghiste o essere più dialettici, seminare dubbi, per non lasciare loro la golden share su alcuni temi connessi all’immigrazione e all’integrazione».
Due punti chiave, quest’ultimi, su cui non a caso da mesi batte il diretto interessato, convinto com’è che serva addirittura un «tagliando» alla legge che prende il nome suo e quello di Umberto Bossi. Ecco perché l’auspicio, che si unisce pure alle polemiche sull’editoriale di Vittorio Feltri, pubblicato lunedì sul Giornale - a cui, si fa notare tra i suoi fedelissimi, ha preferito «rispondere con il silenzio» - è che si porti avanti una «battaglia» sulle idee, nel merito, senza limitarsi agli «slogan propagandistici».
Così, l’ex vicepremier, che avverte di non «illudersi di poter vivere sugli allori», di campare quindi di rendita, basandosi sulla debolezza altrui (leggasi Pd), ricorda ai cugini un tempo in Forza Italia, e al leader Berlusconi, che bisogna coinvolgere di più, nelle decisioni, chi viveva a via della Scrofa. Le due componenti devono quindi poter trattare ad armi pari, è il ragionamento che si attribuisce a Fini, lesto nel frattempo a dirigere la sua attenzione verso l’area laico-liberale. Un puzzle piuttosto ampio, a cui mancherebbe un tassello: «Non dimenticate - sottolinea un deputato ex missino - che Fini un risultato storico l’ha già ottenuto. Quale? Siamo entrati nel Ppe e vi resteremo». A prescindere, direbbe Totò. La domanda finale, comunque, è questa: cosa si diranno Fini e Berlusconi, sabato sera, a Villa Madama, al pranzo ufficiale in onore dei presidenti della Camere dei Paesi G8?