"Ford aveva John Wayne, Leone aveva Clint Eastwood, io ho Franco Nero". E, l'unico attore di questo fantastico trio individuato da Sergio Corbucci, che l'ha diretto e fatto entrare nella storia del cinema con Django, è proprio Franco Nero, o meglio, all'anagrafe di San Prospero Parmense, Francesco Sparanero, ottantacinque anni il prossimo novembre, che giovedì 12 febbraio avrà finalmente la sua stella sulla leggendaria Hollywood Walk of Fame.
Ad accompagnare lo svelamento della stella sul marciapiede più famoso del mondo, con un premio e una retrospettiva, sarà l'undicesima edizione di Filming Italy - Los Angeles dal 10 al 14 febbraio 2026, l'evento creato da Tiziana Rocca che, dopo quella per la straordinaria Gina Lollobrigida e nel 2023 per Giancarlo Giannini, promuove ora la stella per il grande attore e anche regista italiano: "È un grande riconoscimento, sono il diciottesimo italiano che prende la stella sulla Walk of Fame", ha detto Franco Nero che, sebbene abbia fatto correttamente i conti, ha un po' peccato di umiltà dal momento che sono veramente poche le italiche stelle della categoria Motion Pictures della Camera di Commercio di Hollywood.
Oltre ai nomi già citati, parliamo di star internazionali come Anna Magnani, Rodolfo Valentino, Sophia Loren, Ennio Morricone e Bernardo Bertolucci. "Una sessantina di anni fa ricorda Franco Nero andai per la prima volta a Los Angeles per il musical Camelot, camminavo sulla Walk of Fame e vedevo i nomi di tutti questi grandi personaggi del passato e dicevo: Può darsi che un giorno capiterà anche a me". Peraltro proprio sul set di Camelot di Joshua Logan nel 1967, Franco Nero conobbe Vanessa Redgrave, lui era Lancillotto, lei Ginevra, lui aveva 25 anni, lei 29. L'anno dopo lei divorziò dal regista Tony Richardson e andò a vivere con Franco e nacque il loro unico figlio, Carlo Gabriel Nero. I due poco dopo si sono separati ma poi a sorpresa, l'ultimo giorno del 2006, si sono definitivamente sposati.
Fisico atletico e occhi di ghiaccio, di un azzurro intenso e profondo, Franco Nero aveva interrotto gli studi universitari per seguire i corsi del Piccolo Teatro di Milano prima di esordire sul grande schermo nel 1964 con La ragazza in prestito di Alfredo Giannetti a cui sono seguiti piccole figurazioni in La Celestina P... R... di Carlo Lizzani e Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli, entrambi del 1965. Un anno prima della consacrazione internazionale avvenuta proprio con il ruolo di Django, il pistolero enigmatico e solitario in cerca di vendetta uscito dalla fantasia dei fratelli Corbucci che si presenta al pubblico trascinando una bara. Tanto che lo stesso Quentin Tarantino quando ha realizzato Django Unchained, nel 2013, ha voluto Franco Nero in un cameo: "Lavorare insieme a Tarantino è stato come prendersi una piccola vacanza - ha detto all'epoca l'attore - sul set a volte metteva la musica del Django di Corbucci, una cosa che mi faceva molto piacere. Ma soprattutto Quentin è un autore vero, un perfezionista che non si stanca mai. Scherza, ride, ma sa sempre perfettamente quello che vuole. A ogni scena diceva: Bella questa, bellissima, però facciamone un'altra perché a noi piace il cinema". E Franco Nero nelle interviste ama proprio definirsi "un uomo di cinema", domandandosi da solo: "E cos'è per me il cinema? È come una grande città, dove vivono persone di diverse razze e colori e ognuna ha la propria casa e i propri sogni: il cinema continuerà a esistere finché la gente continuerà a sognare; cinema vuol dire anche libertà, perché nei Paesi in cui non c'è libertà non c'è cinema".
E se Django, "che parlava della lotta dei peones messicani come metafora di una lotta di classe", è stato certamente il ruolo della vita (ma nello stesso anno John Huston lo volle come Abele nel suo La Bibbia), i più di 230 crediti come attore raccontano molto del nostro interprete più prolifico e longevo che, dopo la tripletta con Corbucci (Il mercenario e Vamos a matar compañeros) ha lavorato con registi come Marco Bellocchio, Luis Buñuel (che lo chiamava semplicemente "Nero" perché "Franco" gli ricordava il Caudillo spagnolo), Rainer Werner Fassbinder, Elio Petri, Pasquale Squitieri e Giuliano Montaldo, ha vinto un David di Donatello per Il giorno della civetta di Damiano Damiani nel fatidico 1968 e, recentemente, è tornato in produzioni internazionali come John Wick - Capitolo 2 di Chad Stahelski, L'esorcista del papa di Julius Avery e, alla scorsa Mostra di Venezia, con In the Hand of Dante di Julian Schnabel.
Con un comune denominatore, non sono film italiani: "Non ho mai fatto parte dei clan italiani. Sono uno spirito libero, perciò non sono considerato abbastanza.
Non importa, ho la fortuna di lavorare in tutto il mondo, negli ultimi trent'anni anni il 90 per cento del mio lavoro l'ho fatto all'estero e sono felice così", ha detto l'attore intervistato dalla Stampa quando ha accompagnato la moglie Vanessa Redgrave in sedia a rotelle a ritirare, allo scorso Torino Film Festival di Giulio Base, la Stella della Mole. Ma ora a Franco Nero tocca la Walk of Fame: "La Stella però me la danno gli americani, non gli italiani".