Gara di barzellette e risiko elettorale al vertice con Bossi

C’era anche Emilio Fede, «non è la prima volta che partecipo, e poi sono andato a salutare Bossi, che è un amico» ha svelato il mistero il direttore del Tg4. È finita con una gara di barzellette, Silvio Berlusconi, Giulio Tremonti e Leonardo Carioni, presidente della Provincia di Como nel consiglio di amministrazione di Expo, a sfidarsi per un’ora, col Cavaliere che alla pianola ha attinto dal suo repertorio, cantando cinque o sei canzoni d’autore. E dire che fuori da Villa San Martino, i cronisti si domandavano come mai durasse tanto, quel vertice che era stato presentato come il primo, acceso confronto sulle candidature in vista delle Regionali, la Lega a rivendicare Piemonte, Lombardia e Veneto, il Pdl a concedere solo la prima.
E insomma pane (e pennette tricolore), politica e svago, per la tradizionale cena di Arcore del lunedì, la prima, l’altra sera, dopo la pausa estiva. Sul tavolo, non solo la questione elettorale. È successo di tutto nelle ultime settimane, come glissare. Così, a un certo punto della cena è spuntato, convitato di pietra, il direttore del Giornale, con Roberto Calderoli, Umberto Bossi e Giulio Tremonti a mettere in guardia il premier: «Meglio che Feltri abbassi un po’ i toni, altrimenti ci sarà uno scontro al giorno...». E lui a replicare: che colpa ne ho io? Tutti conoscono com’è fatto, avrebbe replicato il premier. E poi il «caso Fini», che pure, racconta chi c’era, è stato solo accennato. Non è un problema mio, avrebbe osservato il premier, che poi oggi ha pubblicamente invitato a «fare squadra», negando contrasti con il presidente della Camera. Ma al desco dell’altra sera si è anche ragionato sui distinguo della terza carica dello Stato. È fatto così e non mi preoccupo, ha allargato le braccia il Cavaliere, rispondendo a Bossi che lo pressava. Il premier sa che le prossime tappe in Parlamento saranno fondamentali, ma ha spiegato ai suoi ospiti di non temere imboscate. Anche perché tutti sanno - avrebbe argomentato - che se ci fosse uno scivolone non ci sarà certo un Berlusconi bis, si andrà a elezioni. Nessuno spauracchio di voto anticipato, però: quella del Cavaliere - a chi si è intrattenuto con lui fino a tarda notte - è sembrata solo una battuta. Se mai, il Cavaliere ha di nuovo puntato il dito contro quei giornali che sperano che il governo cada: non hanno capito - è la tesi più volte sostenuta - che più mi attaccano e più io reagisco, non mi faccio certamente intimidire e fermare da nessuno.
È stato comunque il rapporto col Carroccio il «piatto forte» della serata. Racconta chi c’era che a complicare la digestione del Senatùr, più che il braccio di ferro sulle regionali sia stato il capitolo Udc. Bossi ha consigliato a Berlusconi di non cercare alleanze con il partito di Pier Ferdinando Casini: «Non può fare accordi con la sinistra e poi venire da noi, che se lo tenga la sinistra». Di più: «Di lui non ti puoi fidare, è un kamikaze», ha detto Bossi riferendosi all’intervista in cui il leader centrista dichiarava aperto il dopo-Berlusconi. «Dovrà aspettare un bel po’», ha sorriso il Cavaliere.
Quanto alla corsa per il Nord, il risiko resta tutto da comporre. La Lega potrebbe correre in Piemonte con Roberto Cota, capogruppo alla Camera, accettare il ticket Formigoni-Castelli in Lombardia, e persino correre nella rossa Emilia, dove la sconfitta è sicura ma che consente di estendere i consensi leghisti Oltrepò. Resta però il Veneto la vetta su cui la Lega vuole mettere la bandiera. Col ministro dell’Agricoltura Luca Zaia o, più probabile, con Flavio Tosi, sindaco di Verona, che dice: «Se Bossi me lo chiede, sono pronto». Il Pdl però non pare disposto a mollare il «doge» Giancarlo Galan. Partita aperta, nelle prossime ore si terrà a Roma l’incontro fra il premier e i vertici del Pdl. «Abbiamo deciso che primum vincere, deinde filosofare - ha detto ieri a fine cena Calderoli -. La strategia non sarà a quale forza attribuire i singoli candidati, ma chi è il purosangue in grado di vincere regione per regione. E noi abbiamo i nostri assi nella manica, i nostri purosangue».

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