L'armatore sperona i rimorchiatori

(...) Sotto accusa rischiano di finire diversi «protagonisti» di quella notte drammatica. Ieri hanno iniziato a lavoratore i due periti della Marina Militare incaricati dal magistrato di scoprire le cause del malfunzionamento delle macchine della Jolly Nero. Ma dalla scatola nera del cargo, finalmente ripescata dai sommozzatori dei carabinieri si spera di capire anche perché a bordo funzionasse davvero poco. Ad esempio perché gli apparati radio per le comunicazioni interne non riuscissero a trasmettere gli ordini e le informazioni vitali specie in fase di manovra.
Ma inevitabilmente da spiegare sarà anche la stessa manovra di evoluzione. I tracciati confermano che al di là dei possibili guasti, le rotte seguite da nave e rimorchiatori si spingono troppo vicino alla torre piloti. E non è un caso che ieri sia arrivato un comunicato della compagnia armatrice Messina. Prima i proprietari della Jolly Nero spiegano che «quella di tacere non è una strategia, è una scelta precisa e condivisa da tutto il nostro Gruppo e dalla nostra famiglia: oggi le nostre volontà e i nostri sentimenti convergono sul ricordo delle vittime e sui familiari ai quali ribadiamo i sensi della nostra totale e sincera vicinanza». Poche righe dopo però la compagnia «tace» con queste parole: «Quello che non riusciamo davvero ad accettare è che i due rimorchiatori, anche ammesso che la macchina della nave fosse ferma nella fase di evoluzione, in quelle condizioni meteo - marine ottimali, non siano stati in grado di tenere una nave di medie dimensioni, come la Jolly Nero, lontana dalle banchine in un così ampio specchio acqueo in cui evoluiscono navi di dimensioni ben maggiori». Un'accusa precisa e pesante cui risponde a stretto giro di posta il comandante di uno dei rimorchiatori della flotta genovese: I rimorchiatori al servizio della Jolly Nero «non hanno ricevuto alcuna segnalazione di allarme» dalla nave in tempo utile per cercare di evitare l'incidente. Secondo lo stesso testimone, risulta che quando la nave era a 150 metri dalla torre, il comandante del rimorchiatore di poppa abbia iniziato a preoccuparsi per la mancanza di ordini. Quando è arrivata a 70 metri ha preso la radio e, in modo irrituale, ha gridato: «che ca... state facendo?».
Iniziano insomma ad emergere differenti versioni per quanto accaduto quella notte. Non a caso la procura ha deciso i acquisire anche le comunicazioni radio avvenute nei minuti della tragedia tra tutte le unità impegnate nella manovra. Così come sempre più pressante si fa l'attenzione sul progetto della Torre Piloti. Ieri l'ammiraglio Felicio Angrisano ha voluto «escludere ogni problema» relativo a quella costruzione. Ma il caso, segnalato fin dal primo giorno anche dal Giornale, è sul tavolo dei magistrati. Sia la posizione quantomeno inusuale della torre che «invade» uno specchio acqueo sottratto allo spazio di manovra, sia la progettazione e la realizzazione del manufatto, che potrebbero destare perplessità alla luce delle modalità con cui la torre si è prima inclinata e poi inabissata.
Ieri sono state ascoltate anche tre delle quattro persone scampate alla strage. «Le loro dichiarazioni si sono purtroppo rivelate irrilevanti al fine dell'indagine - ha assicurato il procuratore di Genova, Michele Di Lecce -. Ognuno di loro ricorda solo di essere stato all'improvviso coinvolto nel crollo e di avere cercato di salvarsi. Nulla di più». Raffaele Chiarlone, Gabriele Russo e Giorgio Meo non potevano d'altra parte riuscire a offrire ai magistrati spunti investigativi certi.
Il porto intanto cerca di «superare» la tragedia e prova a ripartire. Un segnale in questo senso arriva anche dalla richiesta del Sech di spostare la Jolly Nero dalla propria banchina alla quale è ormeggiata dal momento della tragedia. La società ha chiesto di poter tornare a utilizzare lo spazio e per questo è stata autorizzata la richiesta della Messina di trasferire il cargo al pontile Oarn. Lo stesso spostamento, secondo la procura, può essere utile ai periti per verificare le ipotesi di avaria alle macchine.
Tanti gli interrogativi aperti che aspettano una risposta. L'unica certezza è che stavolta ha ragione chi chiede di non parlare di tragica fatalità.

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