Nei cimiteri trascurati dove la natura s'è ripresa il suo spazio

Più che un luogo per accogliere le tombe dei defunti, questo sembra un cimitero di erbacce, di lapidi sommerse dalla vegetazione infestante, di croci rotte abbandonate a terra e ricoperte di edera, di cartelli arrugginiti con la scritta «Campo dei fanciulli» che stanno ancora in piedi non si sa per quale miracolo.
Siamo a Quinto, al cimitero di Quinto. E siamo alla sesta puntata dell'inchiesta nei camposanti della città.
Ripartiamo da levante, dove un nostro lettore ci ha segnalato che nel cimitero di Quinto mancano le scale mobili per salire ai colombari più alti. Fossero quelle il problema. Il punto è che qui tutto è allo sfascio: i colombari alti sono inaccessibili per mancanza di scale, appunto, sul pavimento della galleria di destra ci sono delle travi di legno posticce e logore ormai anch'esse per tappare un buco, i muri sono scrostati dall'umidità, alcune tombe sono transennate e davanti ad una dove riposano due donne, ci sono quattro bombe disinnescate e arrugginiti. Come se fossero appoggiate qui a far perso per tenere ferma la lapide in terra.
Nei vialetti coperti da erbacce incolte, i gradini sono spariti tanto è il tempo trascorso da un'ultima manutenzione. Usciamo dal cancello d'ingresso e lasciamo questo piccolo cimitero alla propria desolazione per andare verso Struppa dove ci aspettano altri due camposanti. Il primo è San Siro di Struppa. La cosa buona è che per arrivare fin quassù, si percorre una strada in salita che si arrampica sulle colline e si gode di un paesaggio bellissimo. Verde intenso, con i colori dei fiori e l'aria frizzante e odorosa della campagna. Il contesto è splendido, il cimitero meno. Appena varcata la soglia sulla destra c'è un deposito di robaccia ad accogliere visitatori e parenti. Scale, sedie rotte, armadi vecchi, spazzatura. Al piano superiore, una parte dove ci sono i colombari è transennata, ma a parte le impalcature, il resto è ben tenuto, pulito. Così come gli altri campi nella parte in fondo e i corridoi. Le scale mobili ci sono e la manutenzione non ha nulla a che vedere con Quinto.
Andiamo ancora avanti, e sempre immersi in una natura rigogliosa, arriviamo a San Cosimo di Struppa. Appena entrati, ci sono i campi di estumazione, il secondo livello è un po' squallido, ma quantomeno non è sporco, non ci sono rifiuti in terra o nei loculi come abbiamo visto altrove e questo è già un sollievo. Torna quella sensazione per cui i cimiteri più lontani dal centro della città, siano tenuti meglio. Per le dimensioni probabilmente, di certo più gestibili rispetto a Staglieno o alla Castagna, e per la cura di chi li va a visitare.
Il cimitero di Pino Soprano a Molassana è una fascia di terra in cima ad una salita in mezzo al nulla quasi. Come a San Carlo di Cese, c'è un unico spazio a cui si accede da un portone in ferro. Sulla destra, nel campo di destra c'è solo erba e di tombe nemmeno l'ombra. Sulla sinistra, la sfilata di lapidi e in fondo come una cappelletta che nasconde poi una parte sul retro. L'insieme è comunque decoroso e ben tenuto, di nuovo abbandono e degrado sono un'altra cosa.
Ultima tappa ancora a Molassana, questa volta nascosto in un angolo in fondo a una via che si affaccia su un fiume, il cimitero di Montesignano. Piccolissimo e un po' malconcio, circondato da una parte da alcune baracche e alla destra, dall'acqua. Risaliamo sulla strada principale e ci dirigiamo di nuovo verso la città, con la speranza che le prossime tappe siano sempre più decorose.
(6 - continua)

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