Il giardino segreto della ragazza col velo

Quando la vidi, seduta sulla panchina dei giardini di parco Sempione, ebbi la sensazione di averla già notata i giorni precedenti, durante le afose pause pranzo popolate di impiegati del centro col gelato in mano e di turisti giornalieri in tour al Castello. Lei stava immobile, appoggiata allo schienale, con le mani composte sull'abito nero lungo fino ai piedi che a malapena lasciava intravedere le scarpe, e lo chador che le copriva il viso fino agli occhi. Strano, pensai, una donna musulmana che se ne sta ai giardini tutta sola. Mi guardai intorno, e non vidi nessuno che potesse ricordare un marito, una sorella o, chessò, bambini intenti a giocare nell’erba.
Non so perché decisi di avvicinarmi, forse per la mia curiosità verso il pianeta femminile che in quel momento mi stava offrendo un'occasione speciale. «Scusi - dissi - per caso sa a che ora chiude il parco d'estate? Con questo caldo è uno dei pochi posti dove...». Mi guardò con due occhi neri e profondi: «Alle 20 come sempre». Fui colpito dal tono elegante ma fermo. Quella risposta «alle 20 come sempre» mi aveva fatto sentire di colpo goffo e banale. Riprovai: «Allora lei viene spesso qui?...».
Lo sguardo della donna attraverso il velo nero si fece più intenso: «So che cos'è che la sorprende, che una donna come me possa godere della brezza e il silenzio di questi giardini esattamente come lei, come un uomo». Brezza e silenzio, non me ne ero mai accorto. «No, mi scusi, è soltanto che...». Non riuscii a terminare la frase. «Vede - fece lei - le persone che vengono qui sono distratte, pensano ai casi loro, fumano o chiacchierano al telefono ad alta voce. Anche lei, se fosse più attento, si accorgerebbe che questo parco è pieno di meraviglie. Lo sapeva ad esempio che qui ci sono 511 specie vegetali e perfino erbe officinali che farebbero la gioia di qualunque alchimista, come l'achillea, la centella, l'angelica e la uncaria tormentosa?».
UN FASCINO MAGNETICO
Mi stava forse prendendo in giro? In tutto quel tempo ero rimasto in piedi davanti alla sua panchina finché lei, con un lieve movimento della mano, fece cenno di sedermi. Continuò: «Poi, al pomeriggio e alla sera avvengono spesso cose interessanti, eventi con personaggi di grande livello, non mi dica che non ne ha sentito parlare». Ora il suo tono era scherzoso. «Scommetto che si vede un bel po' di concerti, vero?» dissi, ma lei sembrava non ascoltarmi: «Preferisco i convegni. Questa sera, per esempio, ce n'è uno che mi interessa molto, il Velo nella tradizione occidentale». Già, il velo, se n'è detto di tutto e di più; quest'estate poi, col tormentone del burqini... «Sono certa che anche lei, in fondo, considera l'hijab un segno di sottomissione della donna e un oltraggio alla bellezza, ma le assicuro che è esattamente il contrario: è un simbolo di identità esibito per chiedere rispetto e considerazione».
Non osai aggiungere altro. Più mi avvolgeva con le sue parole, più quella donna proiettava su di me un fascino magnetico mettendomi in uno stato di piacevole soggezione. «Se davvero questo argomento le interessa - riprese lei - potrebbe venire al convegno. Ha inizio alle ventuno e trenta». Perché no pensai, in fondo per la serata non avevo impegni. Ma il parco non chiude alle otto? Lei sembrò indovinare i miei pensieri: «Esiste un piccolo accesso sul lato opposto del Castello che rimane aperto fino a tardi e che in pochi conoscono. Si trova all'angolo con via Paleocapa, davanti a una fontanella a forma di delfino, non può sbagliarsi. Se vuole ci vediamo lì alle nove». Quel pomeriggio chiesi un permesso in ufficio e rientrai a casa molto prima del solito. La calura e quell'incontro particolare mi avevano spossato, ma i miei tentativi di dormire naufragarono in un bagno di sudore malgrado l'aria condizionata e le finestre abbassate. Mi sentivo la febbre e i ricordi di quel pomeriggio al parco si accavallavano nella mia mente come un disco rotto. Uscii alle sette e mezza nonostante le strade semideserte, parcheggiai l'auto a poca distanza dalla Triennale e mi incamminai lungo la cancellata che costeggia il parco. Capii il motivo della mia agitazione: ero riuscito, nel mio marasma, a memorizzare il luogo dell'appuntamento? Accelerai il passo sull'asfalto reso sconnesso dalle radici degli alberi. Via Paleocapa... e una fontana a forma di delfino? Che idiota a non informarmi meglio, pensai scrutando gli alberi e l'interminabile muro di cinta nella vana speranza di scorgere un cartello che segnalasse l'evento della serata.
UNA SPILLA A FORMA DI LUNA
Ricominciai a sudare e decisi di fermarmi un attimo quando all'improvviso, in un piccolo spiazzo ricoperto di acciottolato che sia allargava lungo il marciapiede, vidi una forma scura che si ergeva semicoperta dal fogliame. «Ecco la fontana!», sorrisi maledicendo un po' la distrazione della città per i suoi piccoli tesori Liberty. Dietro la fontana una porticina aperta lasciava libero l'ingresso ai giardini. Guardai l'ora: le otto e venticinque, a fine agosto il sole è già tramontato da un pezzo. Ero in anticipo e mi incamminai nel vialetto del parco che era immerso in un incantevole crepuscolo reso denso dall'anidride carbonica e dall'afa della giornata. Così deserto è davvero affascinante, pensai, mentre le mie narici vennero nuovamente assalite dal profumo dolciastro dei fiori che alla sera si liberano dalla morsa del caldo. Respirai a pieni polmoni, non mi ero mai accorto di quanto il Comune curasse così bene i suoi giardini; in compenso - ridacchiai - non si preoccupa minimamente di segnalare gli eventi che organizza...
In quel momento mi sembrò di scorgere nella luce ormai scarsa una sagoma scura che si muoveva radente agli alberi. Mi avvicinai ma non vidi nulla, quando sentii una voce chiara alle mie spalle: «Finalmente è arrivato, non pensavo che venisse». Mi voltai e la vidi. In piedi, avvolta nello chador di seta nera che scendeva morbido sul lungo vestito, mi sembrò di una bellezza quasi regale. Per un attimo ci guardammo senza parlare e rimasi incantato dai suoi occhi nerissimi che, nonostante la semioscurità, brillavano di una luce intensa dietro il velo fermato da una spilla d'argento a forma di luna. «Presto andiamo, che si fa tardi, sono già le nove e mezza», mi disse infilando lievemente la mano sotto il mio braccio. Possibile che il tempo fosse volato così in fretta? pensai, mentre quel contatto inaspettato mi trasfuse un improvviso benessere. Abbandonato a quella sensazione mi lasciai guidare respirando l'odore dei fiori che era diventato più forte e inebriante. Sentivo il rumore leggero dei nostri passi che calpestavano le foglie e la ghiaia nella notte magica e mi stupii a pensare che da tanto tempo non mi sentivo così bene.
Fu lei a risvegliarmi dal mio nirvana: «Ecco, siamo arrivati». Davanti a me si innalzava il cancello di una grande villa che non avevo mai visto prima. Restammo fermi per lunghi attimi con i nostri visi che adesso erano vicinissimi. D'istinto le presi la mano e sentii che era fredda nonostante la serata estiva. Lei restò in silenzio fissandomi intensamente e i suoi occhi bellissimi mi parvero inumiditi. Fui io a prendere l'iniziativa: «Entriamo?». Spinsi il cancello e con gesto cavalleresco le feci strada fino al portone d'ingresso della villa che era solamente accostato.
SALONI LISTATI A LUTTO
All'interno ci ritrovammo in un grande salone rischiarato solo dalla luce di grandi candele. Percorremmo il pavimento di marmo e rimasi incantato a guardare gli stucchi alle pareti, gli antichi specchi e gli arredi ricoperti da pesante stoffa nera come se fossero listati a lutto. Che luogo incredibile è questo? pensavo mentre attraversavamo altre sale dai soffitti altissimi. Ebbi la sensazione di sentire una musica lontana. Il mio respiro si era fatto più veloce e il cuore che mi pulsava nelle tempie, mentre le fiamme vibranti delle candele disegnavano l'ombra di lei sulla parete. Che strano, sentivo che non mi importava più di nulla e percorrevo gli spazi come se fossi sempre appartenuto a quei luoghi e a quella misteriosa donna. All'improvviso mi voltai indietro e non la vidi più. «Ehi, dove sei?!» mi fermai. Davanti a me cominciava un lungo corridoio in fondo al quale vedevo l'uscio aperto di una stanza illuminata da una luce fioca. «Aspetta!» le gridai affrettando il passo con il sudore che mi bagnava la schiena.
UN BOSCO IMPENETRABILE
Varcai la soglia e mi ritrovai in una grande camera da letto illuminata da molte candele con i mobili ricoperti da teli neri e al centro un letto a baldacchino dai tendaggi ricamati. Sembrava chiusa da tanto tempo. Vidi la sagoma lei di spalle davanti alla grande finestra che dava sul parco. «Ehi...» dissi piano, ma lei non si voltò. Mi avvicinai finché non le fui a pochi centimetri. «Ma... non dovevamo andare a un convegno?» sussurrai, cercando invano di trovare il suo profumo. Guardai dalla finestra il parco che quella notte mi sembrava immenso e impenetrabile, anche l'inconfondibile sagoma del castello era scomparsa. Lei si girò con lentezza e mi fissò profondamente: «È questo il convegno. Il tuo, il nostro». Il cuore mi batteva all'impazzata, mi sentivo completamente ammaliato da lei, in preda a un turbine di estasi e inquietudine. Presi la sua la mano e la sentii nuovamente gelida, inerte. «...il nostro - ripetei - ma non so neppure come ti chiami...». «Luna». I suoi occhi bellissimi continuavano a fissarmi ma mi sembrarono immersi in una profonda tristezza. Avvicinai il dorso della mano al suo viso sfiorandole il velo. «Posso...» dissi con un soffio di voce, ma lei si ritrasse con un breve ma brusco movimento. «No, aspetta, non ancora», fece lasciandomi davanti alla finestra e raggiungendo la porta. «Dove vai?» la seguii, ma quando fui sull'uscio vidi che era scomparsa. In preda all'ansia cominciai a correre lungo il corridoio freddo e senza luce. «Luna! Dove sei?» gridai sentendo risuonare l'eco della mia voce nella villa che ora era completamente spenta. Attraversai i saloni bui finché vidi il portone d'ingresso che era ancora aperto. Mi sembrò di scorgere un'ombra che si muoveva. «Dove sei? Perché fuggi?» urlai correndo verso l'uscita. L'impatto con l'aria calda e umida del parco mi tolse il fiato. Mi guardai intorno disperato ma vidi solo il buio della selva. Ancora una volta mi sembrò di vedere una sagoma in lontananza. Ripresi a correre all'impazzata nell'oscurità sentendo i rami che mi strappavano la camicia e mi graffiavano il viso. Di colpo avvertii un dolore lancinante alla caviglia e ricordo che caddi a terra.
LA RIVELAZIONE
«Signore, si sente male?». La voce mi arrivava in lontananza e vidi la faccia di un uomo che mi scuoteva il braccio. Ero disteso nel prato e l'aria fresca del mattino mi diede un leggero brivido. «Che ore sono?» dissi mettendomi la mano sul collo dolorante. Davanti ai miei occhi il monumento dei cavalli dell'Arco della Pace si stagliava nel cielo azzurrino. «Sono le otto» disse l’uomo «ma lei cos'è che ha fatto, ha dormito nel parco?». «Ero in villa...» risposi mettendomi lentamente a sedere e pulendomi dalla terra. «In villa?» disse lui, «guardi che ha sbagliato parco, a Milano l'unica villa è in via Palestro. Senta, ma lei è pieno di graffi, venga con me che si disinfetta». Zoppicando seguii l'uomo, un signore sulla sessantina con la barba incolta, fino ad uno degli ingressi dell'Arena.
Entrammo in una stanzetta con un tavolo di fòrmica simile alle vecchie cattedre scolastiche e mi fece accomodare su una sedia. «Guardi - disse prendendo da un armadietto ovatta e acqua ossigenata - faccio il custode qui da quasi quarant'anni e sto per andare in pensione. A parco Sempione, oltre all'Arena, ci sono l'Acquario e poi il Castello. Fine. Secondo me non è stato bene perché l'aria del barbone non ce l'ha. Se vuole, dopo le chiamo un...». «Ma no, glielo assicuro - mormorai con la testa bassa - ieri sera ero in una villa dove il Comune organizza eventi. Una villa grande con attorno una cancellata e dei saloni immensi. Sono passato da via Paleocapa dove c'è la fontana col delfino e...». L'uomo mi guardava con un misto di diffidenza e preoccupazione. «Guardi, qua i casi sono due: o mi sta prendendo in giro oppure, senza offesa, le ha dato di volta il cervello. Via Paleocapa? Ma non ci sono ingressi al parco da lì e non c'è nessuna fontana col delfi...». L'uomo si arrestò e scoppiò in una sonora risata: «Ah, ho capi', lei mi sta raccontando la vecchia favola del Castello. Allora avevo ragione che è un po' picchiatello, sempre senza offesa eh». Feci finta di ascoltarlo: «Quale favola?». «Scusi, ma allora mi prende proprio per i fondelli. Quella della dama velata che faceva impazzire gli uomini». Il sangue mi si gelò nelle vene. «Dama velata...?» dissi in un rantolo. «Ma sì, quella vecchia leggenda... Oddio, non è che la conoscono tutti, ma se proprio vuole gliela racconto, è roba dell'800... Si dice che una volta nel parco del Castello si aggirasse il fantasma della Dama velata, una bellissima donna vestita di nero e profumata di violetta, sempre alla ricerca di un uomo che le facesse compagnia. Non si sa chi fosse stata in passato, ma l'uomo che la incontrava se ne innamorava perdutamente». Avevo la saliva azzerata, mi sembrava di vivere un incubo senza fine. «E poi?...». «Eppoi si racconta che lei lo conducesse in una bellissima villa senza mai scoprirsi il volto. Chi ebbe il coraggio di toglierglielo impazzì per sempre». «Perché?» mormorai pallido. «Perché sotto il velo in realtà c'era un orribile teschio e l'uomo scappava via terrorizzato senza trovare mai più pace. Lo credo, aveva visto la morte. Pensi che qualche buontempone anni fa aveva organizzato perfino delle spedizioni guidat... Uhè, ma lei è bianco come un cencio, mica si sente male un'altra volta». «No grazie, vado», mi alzai barcollando e raggiungendo l'uscita. Il sole era già caldo e lungo i vialetti le mamme passeggiavano con le carrozzine. Iniziai a vagare senza meta prostrato dall'angoscia e dalla stanchezza. Mi sentivo in uno stato di ubriachezza con la disperata sensazione di non riuscire più a distinguere il sogno dalla realtà. Un senegalese mi si accostò per vendermi qualcosa ma io, senza vederlo, continuai a camminare ripetendomi invano che è colpa dello stress accumulato in questi mesi per le note vicende. Pian piano ricominciai a sentire il suono degli uccelli e il rumore dei miei passi quando, all'improvviso, vedo qualcosa luccicare nell'erba. Come un automa mi chino e raccolgo una spilla d'argento a forma di Luna.

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