Giorgio Bocca spara ai carabinieri: "Mafiosi"

Nell'editoriale sull'<em>Espresso</em> il giornalista sentenzia: &quot;Omicio Borsellino voluto dai tutori dell'ordine&quot;. E' l'ennesima analisi sballata dell'antifascista che fu fascista e antisemita, oggi nemico di Berlusconi dopo aver lavorato in tv per lui

Va lungamente premesso che prendersela a morte con Giorgio Bocca è tutt’uno con l’amarlo, è la medesima cosa, lui stesso si odierebbe o apprezzerebbe con eguale ruvidezza e incoerenza a seconda dei giorni, della stagione, della grappa invecchiata bene o male: nel febbraio dell’anno scorso scrisse un intero articolo per dire che le colf non sapevano più cucinare il bollito, ultimamente poi un’intera rubrica per dire che ai mondiali di nuoto bisognava premiare anche i quarti classificati, e poi ora, cioè ieri, sull’Espresso, era di turno un articolo infame e ignorante sulla mafia e specialmente sui carabinieri che sarebbero storicamente - dice lui - conniventi con Cosa Nostra.
Per le cose che ha scritto, e che vedremo, Bocca va semplicemente impiccato alle sue frasi: ma va lungamente premesso, ancora, che è giusto così: è giusto cioè provare un miscuglio di rispetto e disprezzo e tenerezza per un personaggio che - si autodefinisce lui stesso - è un provinciale vero, un nordico italianissimo benché il titolo della sua rubrica sull’Espresso sia paradossalmente «antitaliano», un prealpino ossessionato dai soldi, un forcaiolo, un voltagabbana, un lavoratore nordista che ha il fiuto politico di un piccolo borghese (ossia zero) e che alterna sprazzi di saggezza a brontolii rivolti contro l’universo mondo, facendo roteare il bastone. Se non c’è frase di Bocca che si possa «estrapolare dal contesto», è perché il contesto è lui stesso: un antifascista d’acciaio che fu fascista e fu persino imberbe antisemita, un asperrimo nemico di Berlusconi che tuttavia lavorò nelle sue tv - «L’ho fatto per i soldi», spiegò in un’intervista a Oreste Pivetta sull’Unità del 14 marzo 2006 - e poi un antileghista dopo aver tifato ardentemente Umberto Bossi: «La Lega mi ricorda noi partigiani quando scendemmo dalle montagne», scrisse nel 1993. Bocca è quel rispettabile e anziano giornalista che non ne ha azzeccata una, come ben sanno Giampaolo Pansa e meglio di altri anche Michele Brambilla, autore di un noto pamphlet in cui raccontava come anche Bocca, appunto, nei primi anni Settanta, sosteneva che le Brigate rosse fossero nere.

Il disprezzo che puoi provare per Giorgio Bocca è perciò autentico come la tenerezza che suscitano certe sue righe buttate giù, senza troppo pensarci; la sua scoperta della televisione, candidamente confessata, è quasi commovente: «A Canale 5 mi chiesero se ero disponibile a intervistare Bettino Craxi. L’intervista era registrata. Quando la vidi in casa mia, poche ore dopo, era più la voglia di ridere che di arrabbiarsi. Il regista mi aveva praticamente occultato o subalternizzato: comparivo quasi sempre di nuca, con la mia pelata rilucente». Parole sue ne «Il padrone in redazione» del 1989. Ancora: «Le domande di Maurizio Costanzo mi parvero banali, grigie. Eppure quasi tutti i conoscenti che incontravo, dicevano: “Ti ha sfruculiato mica male, il Costanzo, te le ha dette”. Allora mi feci mandare le registrazioni e capii il mistero: mentre io parlavo per dire delle cose, lui parlava per mimarle. E quando parlavo io riusciva con smorfie, sbadigli, tocco dei baffi, sorrisi, scuotimenti della testa a darne una sua interpretazione molto più convincente delle mie affermazioni».
Ecco: è il fanciullino che è in Giorgio Bocca a farlo diventare quasi simpatico, a tratti: anche perché, pur conformista, è uno che non ne ha azzeccata una neanche in un’ottica politicamente corretta; pochi ricordano che fu anti-comunista al punto da dare ragione a Berlusconi quando cominciò la guerra di Segrate per la conquista di Repubblica e dell’Espresso. L’ha raccontato anche Giampaolo Pansa: Bocca diceva che bisognava abbandonare De Benedetti e passare col Cavaliere, «così la smetteremo di fare un giornale al servizio dei comunisti».

Tutto ciò lungamente premesso - scusate, ma era necessario anche per rispetto sincero a un monumento del giornalismo - certo opinionismo superficiale e veemente, aggiornato a trent’anni prima e senza vergogna di sfigurare, è il peggio della Prima Repubblica e va solamente svergognato senza pietà: è quello che farebbe Bocca - un Bocca giovane, informato, «sul pezzo» - ed è quello che vuole la pubblica decenza.

Sull’Espresso, ieri, Bocca ha dato per assodato che «l’assassinio di Paolo Borsellino (nel tondo a destra) è stato voluto o vi hanno partecipato i tutori dell’ordine, ufficiali dei carabinieri o servizi speciali»; ha citato come finti affidabili Totò Riina e Massimo Ciancimino (figlio di Vito) e tra lo stesso Riina e Silvio Berlusconi ha dato per scontate «buone relazioni correnti»; in un comico minestrone di fonti (sue) ha mischiato Tomasi di Lampedusa e Camilleri, Sciascia e Leoluca Orlando del quale, in particolare, sono «rimaste senza spiegazioni le accuse e le richieste di chiarezza». L’acido peggiore, perché generico come tutto il suo articolo, è però per i carabinieri, che «come la mafia non sono qualcosa di estraneo e di ostile alla società italiana», anzi sono «parte fondamentale del patto di coesistenza sul territorio». E la cosa più sbagliata da fare, ora, sarebbe mettersi ad argomentare: perché Bocca non ha nessun argomento. Di carte giudiziarie, e di inchieste, non ha mai capito niente. Bocca è un narratore, e lo è giocoforza, oggi, di fotografie sbiadite. Non sa nulla. Cita Leonardo Sciascia e Paolo Borsellino insieme: non sa delle sanguinose polemiche che li opposero. Dovremmo ricordargliele? Bocca cita Leoluca Orlando ma non sa delle infamie che disse pubblicamente su Giovanni Falcone, di quando Gerardo Chiaromonte - ex presidente comunista dell’Antimafia - a proposito dell’attentato dell’Addaura scrisse che «i seguaci di Orlando sostennero che era stato lo stesso Falcone a organizzare il tutto per farsi pubblicità», di quando a Samarcanda Orlando accusò Falcone di aver imboscato le inchieste e di aver salvato Salvo Lima, costringendolo a umilianti autodifese davanti al Csm.

Forse Bocca non sa neppure dei trenta e passa carabinieri ammazzati dalla mafia: lui è fermo a Carlo Alberto Dalla Chiesa (nel tondo a sinistra) solo perché una volta scese dal Nord e lo intervistò. Bocca non sa che sulle «trattative» tra Stato e mafia di inchieste ne hanno già fatte un miliardo, e però nei fatti non c’è ancora nulla di nulla. Le inchieste non contano, per Bocca, ma la tardiva e generica parola di Totò Riina invece sì. E conta parimenti quello che Massimo Ciancimino «ha detto o lasciato capire».

Ieri contro l’uscita di Giorgio Bocca hanno reagito tutti: il ministro della Difesa Ignazio La Russa, il ministro dell’Interno Roberto Maroni, il responsabile Giustizia del Pd Marco Minniti, il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini, il capogruppo della Lega in commissione Difesa Giovanni Torri, persino il Cocer dei Carabinieri. Quando succede questo, quando cioè un giornalista scatena un canaio del genere, i casi sono tre: o ha completamente ragione, o ha completamente torto o ancora - ed è il nostro caso - ha completamente torto ed è pure il 13 agosto, quando c’è poco altro su cui polemizzare. Ma è una polemica triste, perché non parla di mafia e di carabinieri: parla di Giorgio Bocca. Parla di un grande giornalista che ormai legge poco, si documenta poco, giudica con parametri superficiali e datati - ai suoi tempi gli opinionisti tuttologi andavano forte, oggi un po’ meno - e però, ogni tanto, sa riservarci una sincerità sanguigna nella sua scontata e tuttavia mai banale critica della modernità globalizzata. Chiunque dica che il giornalismo di oggi fa schifo, e incolpi il mercato, oggi è un po’ patetico: ma se a scriverlo è Giorgio Bocca, come spesso fa, dargli torto è difficile. Il problema è che un giornalismo da schifo, questa volta, lo ha fatto lui.

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