Il «Giornale» è con la Polizia (ma nessun buonismo con il poliziotto che sbaglia)

Carissimo Direttore,
non posso nascondere che l'articolo sul caso Sandri del bravo Brambilla, che in molte occasioni ho avuto modo di apprezzare per la sua intelligenza ed acutezza, questa volta mi ha molto amareggiato. Mi ha costretto a chiedermi se è giusto che un giornale come il nostro Giornale, dedito da lustri alla difesa della «law and order» così vilipesi in Italia, ospiti una simile tesi. Non voglio negare che il poliziotto abbia commesso un grave errore ma chi scrive su il Giornale non può ignorare il significato della definizione di omicidio «volontario». Quando poi penso che se a morire è il poliziotto si tergiversa all'infinito e non si vuole condannare nessuno a meno che non sia un delinquente incallito, non posso fare a meno di pensare che in Italia tante cose girano a rovescio. Brambilla dovrebbe aver letto su la Repubblica del 25/11/2007 cosa deve sopportare un poliziotto italiano che fa servizio d'ordine pubblico in uno stadio italiano; la più raccontabile, fungere da orinatoio per gli ultras. Alle varie madri coraggio che si stracciano le vesti dopo il fattaccio andrebbe suggerito di pensare ai loro figli prima che succeda. Mi voglia scusare.

Eppure, caro Michelangelo, io di quell’articolo di Michele Brambilla condivido tutto, fino all’ultima riga, fino all’ultima virgola. Mi assumo tutta la responsabilità della sua delusione e di quella eventuale di altri lettori che non si sono riconosciuti nella nostra posizione, che a mio parere Michele ha espresso con la consueta maestria. Non c’è dubbio che il Giornale è stato, è e sempre sarà dalla parte delle forze dell’ordine: senza se e senza ma. La scelta di campo sta nella nostra Costituzione, nella fondamenta stesse del quotidiano, nella ragione sociale della nostra esistenza: altri stanno con i facinorosi, noi stiamo sempre con chi cerca di fermarli. Ci siamo schierati al fianco delle forze dell’ordine anche nei momenti più difficili, anche nei momenti in cui era pericoloso farlo. Proprio per questo non esitiamo a sostenere, a testa alta, che chi indossa la divisa, se sbaglia, merita di essere punito. L’abbiamo detto per i vigili che hanno pestato il ragazzo di colore a Parma, lo ripetiamo ora per l’agente Spaccarotella. Nessuna condanna esemplare: semplicemente la giusta severità che invochiamo per tutti. Ieri hanno condannato a 18 anni un automobilista che aveva investito un pedone: è stato ritenuto «omicidio volontario». Un poliziotto che punta la pistola e spara in un autogrill da una parte all’altra dell’autostrada merita tre volte di meno di chi è protagonista di un incidente stradale? A me pare di no. Stia attento, Michelangelo: hanno trasformato il processo Sandri in un processo alla polizia. Noi vogliamo sottrarci a questa trappola mortale. E perciò continueremo a dire, con tutto il fiato che abbiamo in corpo: quello di Arezzo era il processo a un poliziotto che ha sbagliato, non alla Polizia che sbaglia. Capisce la differenza? Si rende conto del pericolo? Si accorge che stanno cercando di far passare il principio devastante che gli ultras sono le vittime e le forze dell’ordine i protetti? Punire l’agente che ha sbagliato con la stessa severità che noi pretendiamo per altri processi sarebbe stato il modo migliore per scardinare questa logica perversa. E dunque per difendere la Polizia. Cosa che noi, s’intende, continueremo a fare con la stessa energia di sempre.

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