Il giorno dell’addio, dai sei parà un regalo chiamato sacrificio

I sei nostri caduti a Kabul ora riposano. Hanno prestato anche l'ultimo servizio: tenere insieme la Patria, scioglierla nel pianto. Sacrificano così, i sei parà della Folgore, anche l'estrema intimità dell'ora finale e immota: per il bene comune. Grazie anche di questo. Ma che pena.
I funerali di Stato rubano qualcosa ai morti e ai loro cari. Gli rubano il segreto delle ore buie, l'ultima notte prima della sepoltura, quando non c'è nessuno e passeggi vicino e accarezzi quel volto amato. Niente. Chiusi nella bara. Fasciati dal tricolore benedetto. Circondati dall'argento lucido e gigantesco dei corazzieri con la corona d'alloro e la scritta «Il Presidente della Repubblica». È così, tra i morti e la tenerezza dell'amata, c'è di mezzo la folla, le autorità, i generali impettiti, i reduci. Lo Stato. Ma funerale di Stato vuol dire anche che piangiamo tutti, ci ricordiamo di essere una famiglia, sono nostri quei morti. In questo consiste la grandezza e il brivido dei funerali di Stato.
Alle dieci e trenta del mattino, sotto il cielo umido sventolano migliaia di bandiere. Rispetto ai funerali di Nassirya, stessa basilica, stesso cerimoniale - era il novembre 2003 - cambia il fatto che la chiesa è piena di soldati dell'esercito: sono capaci di fare silenzio. Le mogli e le fidanzate ormai vedove, i figlioletti con gli occhi chiari e ignari, i padri e le madri anziani, sono guardati con somma pietà. Anch'io ho guardato le loro pettinature ordinate, di chi deve far fare bella figura al marito o al figlio: quando mai capiterà ancora un'occasione pubblica dove si muovono e commuovono tutti gli alti papaveri per Antonio, Giandomenico, Matteo, Roberto, Massimiliano e Davide? Ci sarà solo questa, e poi mai più. Tra i quattromila dentro la basilica di San Paolo fuori le Mura nessuno è rimasto a ciglio asciutto. Quelle morti premono sul cuore, ci dicono: serve morire così? Ma il dolore delle mogli che non sentivano da mesi le braccia forti dei loro uomini stringerle e non li vedevano baciare i bambini, è senza paragoni. In quel 2003 ci fu una donna, Margherita, la vedova del brigadiere Giuseppe Coletta, che seppe perdonare e insieme rivendicare l'utilità del sacrificio di suo marito esploso nella caserma mesopotamica. Gente così, gente semplice e profonda tiene insieme l'Italia.
Il corteo sfila lento. Le bare sono portate dai parà con il basco in testa. Dietro ogni feretro un goffo militare, incapace di fare il paggio, regge con delicatezza un cuscino, con la sciabola del tenente, le medaglie del sergente, e la fotografia di loro sorridenti. Non si può reggere vedendo l'abisso che separa il sorriso di un uomo felice e i suoi pezzi nella cassa. E piangono tutti. È stato bello e grande il silenzio. Solo all'inizio e alla fine ci sono stati applausi, ma era per coprire il rumore di qualche singhiozzo. Poi il grido, lacerato, «Folgore!». Erano della Folgore. E in cielo passavano le Frecce tricolori, improvvise, rombanti, con la scia verde, bianca e rossa, compatte come fosse un'unica freccia. E poi sono tornate, con geometrico strazio, disegnando in cielo una croce.
Il vescovo stavolta non è il presidente dell'episcopato, non c'è più Camillo Ruini: tocca all'Ordinario militare, un soldato prete, ha il grado di generale di corpo d'Armata. Si chiama Vincenzo Pelvi, ed ha la voce di un agnello timido. La sua omelia non pretende come quella del cardinal Camillo Ruini di congiungere Stato-Chiesa-Popolo. Allora Ruini salvò l'Italia in comunità d'intenti con Silvio Berlusconi, rivendicando la missione universale di pace e fraternità delle nostre genti italiche e cattoliche. Quella bomba di Nassirya era il tentativo dei terroristi islamici di impaurirci: grazie a quei funerali non ottenne gli effetti sperati. Negli stessi giorni, in Spagna, l'uccisione di una pattuglia di uomini dei servizi segreti in Irak, fu vissuta con vergogna. Vennero seppelliti alla chetichella, dopo funerali semiclandestini in un hangar dell'aeroporto. Fu la premessa all'attentato dell'11 marzo del 2004 a Madrid: se ti pieghi, quelli ti annientano. Vogliono tutto. Così l'11 marzo segnò la fuga iberica dal conflitto. In Italia è stato diverso, per fortuna. Due furono appunto i protagonisti: Silvio Berlusconi, che mostrò una fermezza da statista, e il cardinale Camillo Ruini.
È durata poco, siamo sempre pieni di titubanze noi italiani. E anche oggi molti politici (non Berlusconi, non Fini né La Russa e neanche un Martino in lacrime) è come se vedessero solo la morte e la voglia di andar via. Così Umberto Bossi che è addolorato e sincero e parla come un padre: «Li abbiamo mandati là noi e tornano morti». Ma è un po' ingiusto. Non tornano morti, tornano qui con una bella vita, un bel dono ai loro figli e a noi, si chiama sacrificio, ma se no cosa sarebbe stare al mondo se non un tirare a campare senza ideali alti? E a chi non capisce, è inutile spiegare.
La prova di Nassirya l'abbiamo superata bene in quel 2003. Anche se poi, come sempre, ci dimentichiamo e abbandoniamo le vedove e gli orfani degli eroi. Per questo noi del Giornale proviamo almeno a far sì che i figlioletti e le vedove abbiano qualcosa in più nel cassetto per non ritrovarsi ancora più soli, perché si è più soli se non hai il denaro per far studiare i figli, per farli crescere decorosamente.
Il Papa nel suo telegramma elogia l'impegno dei soldati e benedice, chiama attentato terroristico ciò che li ha uccisi, esalta la presenza internazionale in Afghanistan. Del resto siamo qui alla basilica di San Paolo, era uno che partiva, sul mosaico sopra l'altare è definito «Doctor mundi», Dottore del mondo. Non maestro del nostro quieto orto, ma fino ai confini della terra. Come questi sei.
Come un curato, il loro cappellano fa i nomi di ciascuno. Non parla in generale. Si sofferma sulle qualità di ognuno, non in ordine gerarchico ma alfabetico. E parla loro al presente, sono vivi, qui c'è il corpo inerte, ma qualcos'altro vibra e ama ancora, dice il prete. Facciamo finta di scrivere una lapide sulla carta, perché noi abbiamo solo quella, ma magari incidiamolo in cuore.
Antonio, gigante buono, hai scelto di vivere per una ragione che è più potente della vita stessa, e così sei morto per amore.
Davide, simpatico, dispettoso. Interrogavi il cappellano militare sulle certezze dell'aldilà, sei un pacificatore, custode della concordia civile.
Giandomenico, tutti ti conosciamo come persona serena, eri vicino alla gente afghana, la tua vita è amore ai poveri, spirito di sacrificio, senso del dovere.
Massimiliano, sei un grande! Non ti tiri mai indietro, lì portavi sviluppo, stabilità, fede in Dio, fedeltà. Un vero cristiano: guardare te vuol dire che è possibile sperare in un cammino umano.
Matteo! I tuoi dicono che sospiravi per un futuro di pace, non solo per noi, ma per il mondo intero minacciato dal terrorismo. Tu contagi valori positivi, il bene è più importante del male.
Roberto, ti devo rimproverare: hai grandi desideri, e slanci di troppa generosità. Il tuo piccolo Simone imparerà da te. E spero che impariamo tutti.