«Da giovane manager dico a Biasotti: faccia una squadra di teste fresche»

Caro Direttore la mia esperienza è simile a quella di tanti miei coetanei che «scappano» da Genova per giocare «in serie A». O almeno per provarci.
Dunque non voglio limitarmi a scontate considerazioni, ma vorrei provare a lanciare qualche provocazione e un appello, firmato già da alcuni amici, al candidato presidente del centrodestra per la Regione Liguria, Sandro Biasotti.
Mi sono laureato a Genova in Economia, sono stato il primo del mio corso, e ho avuto modo di iniziare a lavorare nella mia città: prima, ancora da studente, in Carige e poi affiancando come assistente un noto imprenditore che con pragmatismo e laboriosità tipiche del nostro territorio mi ha trasmesso molto. Il giorno dopo il primo colloquio di lavoro con lui, mi disse: «Nei nostri uffici dal mattino alle 7 alla sera alle 9 c'è qualcuno». Ebbene il giorno dopo mi presentai alle 7 meno cinque minuti e andai via sicuramente dopo le 21, non tanto per la «bella figura» in sé, ma perché credo nell'etica della fatica e iniziavo a appassionarmi giorno dopo giorno al mio nuovo lavoro.
Ho concluso dopo 3 anni quell'esperienza, prima di decidere di conseguire un master in Real Estate (finance) in Bocconi. Finito il master, un venerdì, il lunedì successivo iniziavo a lavorare per uno dei maggiori fondi di private equity. Da allora faccio l'asset manager gestendo investimenti immobiliari del nostro fondo. Lavoro principalmente basato a Milano, molto in giro per l'Italia e per l'Europa. Le altre 5 o 6 offerte che avevo ricevuto mi avrebbero portato ancor più lontano.
Oltre alla mia professione, tengo periodicamente seminari o testimonianze in Bocconi, nella sua business school e in altre università italiane, a studenti, studenti mba e professionisti, sulle materie (real estate e finanza) e sui mercati in cui lavoro.
Quando vivevo e lavoravo a Genova (fino a metà 2007) mi sono cimentato in qualche piccola esperienza politica e ho sempre posto grande attenzione al networking, sempre teso a provare a migliorare la nostra città, a aprire prospettive e a provare a crescere. Ricordo ancora che con un gruppo di circa 100 giovani amici, incontrammo gli allora candidati di centro destra a Comune e Provincia, il senatore Musso e la dottoressa Oliveri, per una «partita di 90 minuti» con la politica, confrontandoci su molti temi ancor oggi di grande, e verrebbe da dire drammatica, attualità.
Mi capita costantemente, con amici più o meno coetanei, di discutere (da lontano, ovvero senza essere in città, ma sparsi per l'Italia o per il mondo) sullo stato della nostra Genova, sulle difficoltà di trovare una strada professionale senza «scappare» e comunque di una diffusa preclusione all'innovazione e dunque una chiusura mentale verso «best practises», che al di fuori dei pochi km quadrati del nostro territorio si incontrano e funzionano. Mi pare un problema molto preoccupante sia sullo stato attuale (la nostra classe dirigente politica e imprenditoriale si è formata in prevalenza senza rilevanti esperienze nazionali e internazionali), sia su quello potenziale (chi sarà la classe dirigente della città «domani»? Per la legge dei grandi numeri la qualità è minore se c'è minore competizione e i giovani rimasti sono pochi). Sono naturalmente provocazioni con una dose di generalizzazione che non vuole offendere nessuno, ma penso ci sia del vero; e i dati lo dimostrano. La Liguria soffre di difficoltà sul fronte competitività: gli indicatori mostrano un forte ritardo ligure nell'accumulazione del capitale misurata in termini di investimenti fissi lordi su Pil (valore minimo tra le regioni Cro, ovvero le più industrializzate d'Europa). Inoltre la capacità di attrazione di investimenti esteri la Liguria si posiziona al nono posto tra le regioni Cro con un valore nettamente inferiore alla media italiana (1,6 contro 694,9!!) (Fonte: elaborazione su dati Commissione UE).
Il capitale umano soffre della «diaspora» di professionisti in atto ormai da anni. Il punto non è quello che molti giovani vadano via: il mondo del lavoro di oggi, ti impone e ti stimola a fare esperienze, viaggiare e provare sfide in mercati e culture diverse. E ciò arricchisce.
Ma riguarda piuttosto la capacità di saper ri-attrarre le persone con qualità della vita, unita a eccellenze professionali sul territorio. Ciò implica forza di una città e di una regione nel catalizzare investimenti e con essi «talenti» che possano creare ricchezza sociale, culturale e, naturalmente, economica. Elementi drammaticamente scarsi.
Voglio però essere estremamente pragmatico, senza limitarmi a queste, peraltro non molto originali, doglianze dicendo: perché non si prova a aprire veramente ai giovani? Come?
Quante società di matrice prevalente pubblica ci sono che se non funzionano «è normale» mentre se funzionassero «farebbero notizia»? In bene ovviamente. Perché i candidati alla presidenza della Regione non propongono trentenni, con esperienze significative nei loro settori di lavoro, per portare energie fresche ed idee ? Facciamo selezione attraverso application pubbliche, cui si viene ammessi per titoli e non per amicizie incrociate o tessere che si hanno in portafoglio. Ho 29 anni e conosco decine di miei coetanei in gamba, che sfiderebbero (tutor permettendo) le curve della Serravalle o gli slot del Cristoforo Colombo, per dedicare qualche giorno alla settimana a un progetto per il proprio territorio. Anche gratis.
Provocazione: non mi pare che la classe dirigente attuale sia immune da vizi e critiche. Almeno se falliremo «noi» lo avremo fatto con l'attenuante di non avere decenni di esperienze.
Gli stessi decenni dai quali la nostra città è la «Bella Addormentata». E che se perpetuano la condanneranno a non svegliarsi neanche con un bacio.
Michele Thea
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