Giovanni Boldini pittore mondano dell’attimo fuggente

Dalla silenziosa Ferrara alla turbinosa Parigi. Una mostra indaga sugli anni giovanili

Giovanni Boldini pittore mondano dell’attimo fuggente

Tracciava dei segni con le mani nell’aria. Stava morendo e dipingeva. «Non piangere, bambina, non piangere. Ho tanto vissuto, non ho paura, però ti voglio comprare un vestito nero, lungo, e farti un grande ritratto...». La bambina sua moglie non ebbe il ritratto perché quella notte, l’11 gennaio 1931, Giovanni Boldini morì. Il ritratto non l’aveva avuto neppure il primo amore, la Giulia Passega di cui parlano tutte le biografie.

Dicevano che era brutto, bruttissimo Boldini, basso e tarchiato, ma i capelli erano fini e biondi e gli occhi azzurri grandissimi. «Diable, diable d’homme» sbottava Edgar Degas, quando parlava di lui.
Giovanni Boldini morì, sul letto sontuoso che ancora si vede a Ferrara, nel solo museo italiano che porta il suo nome, di fronte ai ritratti dei vecchi genitori, Antonio e Beatrice. Antonio era pittore, e bravino, anche. Di Spoleto. Conduceva alla morte naturale il consunto Settecento della sua città. Erano passati i fasti, gli Este, i cortei. E le strade erano silenziose e deserte, come le vide e cantò, più di un secolo dopo, Gabriele d’Annunzio nelle «Città del silenzio».
Il mistero di Giovanni Boldini, quel che ancora ci avvolge nell’aura della sua vita riservata e mondanissima insieme, è la facilità, la felicità del suo gesto, e la nobiltà della sua origine. Per questo attrae la rassegna ferrarese che giustamente scandaglia una giovinezza ancora poco conosciuta: come nacque un genio, da via Volta Paletto, oggi Savonarola 10, come riuscì a conquistare l’Europa che danzava al ritmo della sua ultima canzone, tra la prima guerra mondiale e il drammatico dopo guerra, addirittura attraversando le avvisaglie della seconda?

Boldini è l’ultimo pittore dell’Italia antica. Bravo, studioso, longevo, «pittore nato» avrebbe detto Giorgio Vasari, che a quindici anni ritraeva il misero cortile della sua casa, con le sorelle, e i fratelli, e quella Beatrice piccola che giocava, col nome di sua madre.
La mostra di Ferrara si concentra sui primi quindici anni della sua vita («Boldini nella Parigi degli Impressionisti», Ferrara, Palazzo dei Diamanti, da domenica al 10 gennaio 2010, poi al Clark Institute di Williamstown, Massachussets, catalogo Ferrara Arte Editore), quando il ragazzo, ottavo di tredici figli, decise di cominciare a dipingere, sotto la guida del padre. «Zanin» lo chiamavano, e Zanin riuscì a farsi un nome nell’allora piccola città sedata dalla storia. Ammutolita. Le campagne sfiorivano, la grandezza antica diventava il mito da ricopiare a matita, la povertà cresceva, come le malattie che Giuseppe Mentessi ritrasse tanti anni dopo.

Ma Boldini s’avvia, per le strade della scuola e della curiosità che sempre fu la sigla del suo stile. Gli piaceva il movimento, il gesto, l’attimo. In principio impara a dipingere tutto, e quasi se ne rammarica, quando ammette di realizzare «quadri di tutti i generi che sparivano facilmente perché avevo molto successo». A differenza di quel che molta critica, in gran parte italiana, gli contestò, Giovanni Boldini sentì sempre il successo come una pena, una spinta, uno sprone. Non gli bastava veder «sparire» le opere.

Si concentra e studia. Va a Firenze, dai macchiaioli, dove ha per compagni Telemaco Signorini, Vincenzo Cabianca, Odoardo Borrani: e impara la macchia, il sistema che gli italiani, e toscani, opponevano all’impressione francese. Subito si fa notare, per come dipinge, per come fa sedere i soggetti all’aperto. Ma non gli basta. Schizza le città, la «vita moderna», come dirà Charles Baudelaire. Carrozze, omnibus, cavalli. Quella vita in procinto di muoversi che sempre resterà uno dei suoi segreti.

Va a Napoli, poi a Parigi, per la prima volta, a Londra e ancora a Parigi. Guarda, impara, ama gli interni e si autoritrae mentre osserva un dipinto. Lo tiene distante, da vero conoscitore, lo soppesa, lo valuta. Boldini ama la pittura. La pittura come si deve. Quella antica che ha ereditato dal padre, copista modesto ma attento al grande passato che, per la prima volta, passava davvero. Disegna sui conti dei ristoranti, sui taccuini di un giorno, disegna, disegna sempre.

Giovanni Boldini sembra ereditare dal tempo e dalla storia il senso di una fretta dovuta: il suo mondo finisce davvero. Con le dame, il mondo e il démi-monde delle attrici e delle ballerine. Ma il suo studio è silenzioso. S’è comprato la Villetta Rossa di boulevard Berthier. Lì era arrivato Giuseppe Verdi, con la sua sciarpa a strisce. Non si erano trovati simpatici. Ma a Boldini non interessava.

Lui osservava le cose e le persone, senza giudizio e senza deformarle come stavano facendo tutti, intorno a lui. A lui il mondo piaceva così com’è. Tondo e raggiungibile, sempre.

Che sia un guanto, una mano, una striscia verticale di natura morta che neppure ha l’onore di una vera tela. È un operaio come il suo vecchio padre, fedele alla pittura. Se il mondo è cambiato non sa cosa fare, se non migliorare, sempre, e onorare quella realtà che corre più veloce della sua mano. E allora, dai, «bambina mia ti compro un vestito nero lungo». La pittura, a Ferrara, come a Parigi, è eterna.