Di Girolamo confessa: «Un milione e 700mila il compenso per me»

RomaAi magistrati ha raccontato tutto sul meccanismo della maxi frode dell’Iva all’interno di Fastweb e Telecom Sparkle. Ha spiegato chi l’aveva ideata, quanto ha fruttato e come venivano spartiti i proventi, ma soprattutto ha assicurato ai Pm della Procura di Roma che tre giorni fa lo hanno interrogato in carcere che i dirigenti delle due società sapevano della truffa in atto. L’ex senatore Nicola Paolo Di Girolamo ha confermato, dunque, l’impianto accusatorio dell’inchiesta «Brokers» su una struttura transnazionale dedita al riciclaggio.
«All’interno di Fastweb e Telecom - ha fatto mettere a verbale Di Girolamo - vi erano dirigenti ben consapevoli dell’illegalità delle operazioni che dovevano consentire di accumulare grosse somme di denaro frutto dell’attività illecita attraverso il meccanismo della frode dell’Iva. Queste operazioni consentivano alle società di aumentare in maniera rilevante il loro fatturato e di avere dei margini apparentemente legali di guadagno che giustificavano commercialmente le operazioni stesse». L’ex senatore fa anche nome e cognome delle persone con cui Carlo Focarelli, considerato l’ideatore della frode sotto il profilo tecnico, diceva di avere contatti operativi per le operazioni di traffico telefonico («immagino che fossero a conoscenza della loro illiceità»). Si tratta di Bruno Zito, Giuseppe Crudele, Massimo Comito, Antonio Catanzariti e Stefano Mazzitelli (gli ultimi tre di Telecom Italia Sparkle). Tra i nomi ricorrenti non c’è quello di Silvio Scaglia, il fondatore di Fastweb, che pure è in carcere con l’accusa di sapere quanto avveniva all’interno della sua società. L’ex senatore ha negato di avere avuto un ruolo attivo nell’operazione «Phuncard», organizzata da Gennaro Mokbel e Focarelli, «pur avendo piena consapevolezza della fittizietà delle operazioni». Focarelli aveva una straordinaria competenza in materia di telecomunicazioni, informatica e Iva, ma aveva bisogno di Mokbel («e di questo lo stesso imprenditore si vantava spesso dicendo che senza di lui non si sarebbe potuto fare nulla») per predisporre gli assetti societari e reimpiegare i profitti illeciti. Più preciso Di Girolamo è stato sull’operazione «Traffico telefonico», clone dell’altra. «La necessità di coinvolgere delle società che avessero una grande liquidità - ha raccontato - ha fatto sì che venisse coinvolta anche Telecom Italia Sparkle al cui interno, non so se Focarelli o Mokbel, avevano coinvolto alcuni dirigenti». Per «Phuncard» l’ex parlamentare ha ricevuto 200mila euro in contanti. Altri soldi li ha intascati il relazione all’altra operazione: «Qui la previsione del mio compenso è variata in ragione dei profitti sempre crescenti e si è determinato alla fine nella cifra di circa 4 milioni. In realtà, secondo le decisioni di Mokbel, di tale compenso doveva rimanere come fondo comune per l’acquisizione di partecipazioni in una holding costituita a Singapore, la società contenitrice Runa, la somma di 2 milioni e mezzo di euro, mentre ho ricevuto come quota personale la somma di un milione e mezzo che mi è pervenuta sulla società Gis e sulle società Antiche Officine Campidoglio». Di Girolamo ha quantificato anche il profitto delle operazioni illecite legate alla frode Iva: 360 milioni. Denaro spartito così: «A dire di Mokbel circa 140 milioni erano divisi tra il “gruppo Mokbel”, il “gruppo Focarelli” e il “gruppo degli inglesi”; la restante parte, depurata dai costi di gestione dell’intera operazione e dal profitto apparentemente lecito che doveva essere “guadagnato” dalle società che altrimenti non avrebbero avuto ragione di effettuare quelle medesime operazioni commerciali, era il profitto illecito dei dirigenti delle società telefoniche».
Fastweb ha precisato in una nota quanto detto ai Pm dall’ex senatore, e cioè che «soltanto due ex dipendenti, Zito e Crudele, erano a conoscenza dell’illiceità delle operazioni». Anche il Financial Times si è occupato dell’inchiesta definendo «esagerata l’idea di commissariare una società sana prima che il caso venga giudicato da un tribunale».

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