A giudizio il pm che fece cadere Prodi

La maledizione di Prodi continua a colpire. Sarà processato a settembre l’ex procuratore capo di Santa Maria Capua Vetere Mariano Maffei, il magistrato che all’inizio del 2008 mise sotto inchiesta la moglie dell’allora Guardasigilli Clemente Mastella, già colpito dall’indagine calabrese «Why Not» che aveva investito anche il Professore. Maffei è stato rinviato a giudizio a Roma con l’accusa di abuso d’ufficio e calunnie per aver indagato su due colleghi su fatti poi rivelatisi inesistenti quando era in carica. A chiederne il rinvio a giudizio è stato il pm Giancarlo Amato. Il processo, che comincerà a settembre, è stato disposto dal gup romano, Maurizio Silvestri.
Nato a Napoli e magistrato dal 1969, Maffei avrebbe lasciato la procura campana 11 giorni dopo l’inchiesta. Nel marzo 1996 aveva assunto la guida di Santa Maria Capua Vetere (con i suoi 25 magistrati era la sesta d’Italia per grandezza), dopo una carriera come procuratore circondariale e un passato nella magistratura giudicante. Probabilmente si sarebbe risparmiato, al crepuscolo della carriera, tanta popolarità. Purtroppo per lui l’esecutivo dell’Unione, già devastato dalle continue lacerazioni interne cadde in un pugno di giorni, e Maffei si guadagnò la celebrità e un po’ fama anche grazie a YouTube, che mandò in rete la sua sgangherata conferenza stampa.
Che fosse poco avvezzo ai processi mediatici si era capito subito: nel video si vede Maffei mentre parla con il giornalista Rai Sandro Ruotolo al microfono. Intorno una selva di registratori, macchine fotogratiche e telecamere, e Maffei che chiede più e più volte «ma state registrando?», ricevendo qualche blando «ma no...» praticamente da tutti gli scaltri colleghi del reporter del clan Santoro. Alcuni dei suoi slogan di quella infuocata conferenza improvvisata, come la frase «non potete registrare, spegnete quelle telecamere» ed «è parente, non è parente» (riferita al rapporto familiare tra Maffei e l’ex presidente della provincia di Caserta Sandro de Franciscis, avversario di Mastella, la defunta moglie del procuratore era cugina del padre) sono diventati persino un rap-tormentone.
Quel video è un’occasione ghiotta per Mastella, che definisce Maffei una «macchietta che sta espletando un esercizio domestico delle sue funzioni per altre vicende che lambiscono suoi stretti parenti». La verità è che le toghe lo avevano da tempo accerchiato: «Siamo di fronte a frange estremiste della magistratura - disse il leader Udeur - c’è una giurisdizione eterodiretta tesa a scardinare un sistema di potere e comunque sottratta ad ogni valutazione di responsabilità. Serve un intervento del Csm». Il riflesso pavloviano delle toghe non si fa attendere. «Accusare senza ragioni chi giudica o indaga di perseguire fini politici o comunque diversi da quelli istituzionali significa attaccare l’autonomia di tutta la magistratura» è la solita dichiarazione già sentita dell’organo di autogoverno della magistratura, in un ordine del giorno firmato da 19 consiglieri (tutti i togati e i laici del centrosinistra), mentre per l’Associazione nazionale magistrati quella di Mastella è «un’aggressione ingiustificabile».
Ma siccome anche i magistrati guardano la tv e navigano su internet, la nomina del suo successore viene «accelerata» e anche il famigerato video della conferenza stampa viene passato al setaccio. A distanza di qualche giorno anche Maffei capisce di averla fatta grossa. Prima ammette di non voler più leggere giornali né guardare tv «per non farmi travolgere dal clima mediatico e per evitare di apprendere altre cose assurde sul mio conto». Poi si sfoga con Repubblica, alla quale concede una lunga intervista, raccolta in corridoio: «Ho tre bypass di cui uno otturato. Embolia oculare all’occhio sinistro. Mi stanno facendo fare un fegato tanto così». Annuncia querele a raffica, dà dell’asino a un giornalista del Corriere della Sera e conclude: «Solo il Papa non sbaglia, anche se i miei figli mi dicono “vavattenne” (vattene, ndr) io mi sento la coscienza a posto».
felice.manti@ilgiornale.it

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