Giulio, Gianfranco e lo sprint nella gara a premier del futuro

È la parabola dei due ciclisti. Un vecchio frequentatore di certi palazzi della politica dice che bisogna partire da qui, dalle antiche tattiche di passisti, scalatori e finisseur, per capire mosse e strategie di Fini e Tremonti. Non si sono mai scambiati una borraccia, ma da diverse stagioni vanno su insieme, ruota a ruota, scrutandosi, controllandosi a vicenda, con qualche cambio in pianura e scatti improvvisi appena la strada sale un po’. Davvero si comportano come quei ciclisti che corrono per squadre diverse, ma si ritrovano per destino, gambe e muscoli a rincorrere l’uomo solo al comando. Stanno dietro, ma sperano che prima o poi «quello là» si sfianchi, e metta il piede a terra, stop, la strada è finita. Tutti e due scommettono sul futuro, come rivali che fanno corsa insieme. Un giorno si giocheranno il finale all’ultimo metro, attenti a non tirare la volata al compagno di viaggio. Questo spiega gli stop and go, quelle puntate fuori dal gruppo. Se uno va l’altro lo segue. Se uno corre l’altro lo stoppa.
Giulio è nervoso, sbotta, è scatto breve e preciso, testardo e irremovibile quando sceglie una traiettoria. È un grimpeur puro, uno di quelli che un tempo avrebbero chiamato di scuola svizzera o spagnola, un Gaul, Lejarreta, un Contador o, se si vuole, uno come Pantani. Gianfranco non lascia nulla al caso, è freddo, lineare, pronto a cambiare strada, ma con pochi strappi duri e una lunga progressione. È un passista che con gli anni ha imparato a scalare. Non un Bahamontes, ma un mezzo Indurain. Tremonti non ha una squadra, ma cerca alleati strategici nel gruppo, spesso in modo trasversale, una sorta di lobby, che negli ultimi tempi si riconosce nella sigla Aspen. Di suo sarebbe uno che va da solo, quasi contento di suscitare invidie e antipatie, ma siccome sa che per arrivare alle grandi salite servono coperture, ha trovato un patron che nei momenti più bui cerca di proteggerlo. Il Senatùr Bossi non lo vede numero uno, ma lo considera un punto di riferimento strategico e non lo lascia affondare. Fini una squadra ce l’ha. Sono quelli che si è portato dietro dal passato, come gregari utili, ma di cui non si fida. E se un giorno si ritroverà al comando, molti di loro li farà fuori, i più inutili, i più spompati, quelli rimasti dietro. Qualcuno sussurra che ci siano anche alleati nascosti nella squadra del Cavaliere, gregari e luogotenenti che non vogliono restare esclusi dal futuro.
Fini e Tremonti. Tremonti e Fini. Eccoli, quindi, all’inseguimento. Quando il ministro si è giocato la carta, un po’ azzardata, del vicepremier, il presidente della Camera si è alzato sui pedali per prendere la sua ruota. Lui vicepremier? Sarebbe un disastro. Sembra sia questo il messaggio inviato, indiretto, sussurrato: «Accontentare Tremonti significa mettere la parola fine sul berlusconismo. Silvio verrebbe commissariato». Gianfranco dice che Giulio è sempre lo stesso. È sempre la stessa storia. «Come nel 2004». Cinque anni fa, quando Fini accusò Tremonti di «truccare i bilanci dello Stato» e la sera stessa ottenne le sue dimissioni.
Era l’altra maggioranza, l’altro Berlusconi e Tremonti si ritrovò ai bordi della strada. Fini non l’avrebbe voluto neppure questa volta, ma poi si sono ritrovati a darsi il cambio. Fini scende sull’immigrazione e Tremonti dice: «Posizioni giuste e coraggiose, se ne può discutere». Il ministro declina lo scudo fiscale e l’altro cerca di dargli una mano. Scollinano insieme la questione meridionale. Quando sentono l’uomo al comando traballare si muovono a molla. Fini difende la laicità, il testamento biologico, i diritti delle minoranze, il Parlamento, le riforme condivise. Tremonti va oltre il liberismo, scarta di lato, onora il posto fisso, fa il portavoce dei diritti dei lavoratori, riscopre la Rerum Novarum e la politica sociale della Chiesa, solidarizza, compartecipa, mette sotto accusa il «mercatismo», l’avidità delle banche e alza la vela dell’economia etica contro la finanza internazionale, s’inventa la Robin Hood Tax e dice «basta sacrifici per i poveri». L’obiettivo è sempre lo stesso, crederci, smarcarsi, muovere i pedali, alzando la polvere, e mostrare a «quello là» che sul cavalcavia di destra ci sono anche loro.
L’uomo solo al comando è ancora lì, lontano. L’inseguimento è lungo, il fiato manca, il passo diventa ogni giorno più pesante. E l’ultimo chilometro non arriva mai. Chi dei due, quando sarà, lancerà per primo lo sprint?
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