«Giustiziata» la famiglia che tentò di salvare Vika

Quando sarà maggiorenne e forse riuscirà a tornare in Italia, Vika saprà che il suo «papà», la sua «mamma», i suoi «nonni» e tutti i suoi amici italiani hanno anche subito la condanna dei giudici per tanto bene che le volevano. Alla fine infatti la giustizia italiana è riuscita a condannare i genitori affidatari, i nonni e due preti che avevano cercato di impedire che la bimba bielorussa stuprata nell’orfanotrofio dove viveva tornasse nell’inferno nel quale non voleva più tornare. In secondo grado, dopo che anche i primi giudici avevano assolto la famiglia di Cogoleto riconoscendo più importante l’amore per una bimba che non i formalismi della legge, ieri la corte d’appello ha fatto «giustizia». Otto mesi di carcere ad Alessandro Giusto e sua moglie Maria Chiara Bornacin, otto mesi di galera come alle nonne Maria Elena e Maria, a nonno Aldo, a don Danilo Grillo, il parroco di Cogoleto e a don Francis Darbellay, responsabile della struttura religiosa della Valle d’Aosta in cui era stata «sequestrata» la bimba per evitare che venisse rimpatriata e rinchiusa ancora in orfanotrofio.
Il pm che aveva sostenuto l’accusa ha vinto, ha ottenuto esattamente la condanna che chiedeva in primo grado. Il procuratore generale, in appello aveva addirittura alzato il tiro, chiedendo un anno e mezzo di cella, ma nella sostanza è stato soddisfatto. Sulla fedina penale di Alessandro, Maria Chiara e gli altri ci sarà per sempre la macchia di una «sottrazione di minore», saranno per sempre responsabili di aver tentato di salvare una bambina violentata due volte, prima dall’esplosione del reattore di Cernobyl, poi da un ragazzino sfortunato come lei. Mentre interviene per esprimere il proprio sconcerto il parlamentare europeo Mario Mauro, il parroco di Cogoleto non sembra neppure disposto a «non peccare più». «Rifarei la stessa cosa perché si parla di una bimba che aveva subito violenze e doveva essere tutelata - non si turba don Danilo Grillo - Sapevo del processo di appello ma non vi ho presenziato perché ero impegnato a Savona per una processione. Non abbiamo sequestrato nessuno, si doveva prendere tempo per trovare una tutela per questa bimba. Volevamo solo difenderla e che si prendesse coscienza che aveva subito violenza e non erano invenzioni». Anche i medici avevano confermato che Vika era una vittima e chiedeva aiuto, avevano detto ai tribunali che certi suoi disegni erano persino più di una minaccia: «Se torno in orfanotrofio mi ammazzo». Ma la ragion di Stato, le «minacce» della Bielorussia all’Italia di non mandare più i suoi bambini a respirare aria buona per le vacanze e di bloccare le adozioni internazionali avevano aperto un caso. E Vika era stata presa con la forza della giustizia, di notte, dai carabinieri e caricata su un aereo senza scalo per la Bielorussia. Ma i suoi «rapitori» condannati ieri, non erano quelli. Vika lo saprà, e l’unica sentenza che conta sarà quella che emetterà lei. E nessun magistrato potrà fare appello.

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