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Da Goethe a Sharon Stone: gli "insospettabili" pittori

Molte celebrità hanno una "seconda vita" da artisti: come Bowie, Buzzati, Depp e Hitler...

Da Goethe a Sharon Stone: gli "insospettabili" pittori

Outsider di lusso dell'arte, firme eccellenti della musica, della scrittura, del cinema, con una seconda vita, più o meno ufficiale, con i pennelli in mano: sono Gli Insospettabili. Da Goethe a David Bowie, la pittura come seconda vita che Mimmo Di Marzio è andato a scovare in questo suo godibile volume, in libreria da oggi per Giunti (pagg. 208, euro 25). L'indagine non ci sorprende: l'autore stesso, storica firma di queste pagine, esplora da sempre, in prima persona, le connessioni tra diverse discipline artistiche (la critica, l'arte, la curatela, la musica, il teatro). Qui si fa detective di trentatré "storie anomale", il cui comun denominatore è un'esistenza parallela a quella ufficiale e dedita alla pittura. "Zona franca" la definisce, al solito puntuale, Giuseppe Frangi che nell'introduzione al volume, ricordando i casi di Pier Paolo Pasolini e di Giovanni Testori, sottolinea l'insopprimibile bisogno di estrinsecare una creatività globale che fatica a starsene confinata in ambiti specifici. Interessanti anche le conclusioni firmate da Vittorio A. Sironi, neurochirurgo e antropologo: analizza questi "artisti multitasking" (così li chiama) attraverso la lente delle scienze moderne, in particolare della neuroestetica, ricordandoci che accostarsi all'arte fa comunque un gran bene (e questo spiega perché in molte biografie la pittura sia una camera di decompressione dal mondo fuori).

Tra le esistenze narrate da Di Marzio spicca certamente quella di Dino Buzzati. Il celebre cronista del Corriere della Sera soffriva per il fatto che nessuno gli credesse quando si dichiarava, prima di tutto, un pittore. Nel 1957, sfidò i mostri sacri dell'arte a Milano partecipando a un concorso dove trasformò il Duomo in un'aspra vetta dolomitica, con le guglie come speroni rocciosi. La critica, allora tutta protesa verso l'astrattismo di Fontana, lo snobbò (feroci i colleghi di redazione: lo chiamavano "il cretinetti"). Eppure, annota Di Marzio, fu un innovatore dell'arte: nel 69 partorì il Poema a fumetti, primo vero graphic novel italiano.

Tra i protagonisti del volume c'è poi il Duca Bianco, che ci guarda sornione dalla copertina. David Bowie, che aveva frequentato da ragazzo la Bromley School of Art, non si limitava a collezionare Tintoretto e Rubens, ma si lasciava influenzare dalle avanguardie. L'iconica posa della copertina di Heroes, ad esempio, è una citazione di Roquairol, un ritratto dell'espressionista Erich Heckel presente nella sua collezione.

Questa storia di insospettabili pittori si apre cronologicamente con Goethe, che durante il suo viaggio in Italia produsse circa tremila fogli cercando di catturare il Bel Paese sotto lo pseudonimo di Philipp Möller, e procede con Victor Hugo, che utilizzava tecniche d'avanguardia come colature di inchiostro e spruzzi di caffè per generare visioni oniriche. Per Franz Kafka, neanche a dirlo, il disegno era un insieme di scarabocchi che ritraevano personaggi in pose grottesche. Il confine tra potere e tavolozza si fa sottile con Massimo d'Azeglio, che ebbe successo nel paesaggio istoriato tanto da sfruttarlo per la sua scalata sociale e politica, mentre Winston Churchill scoprì la pittura come medicina contro la depressione dopo la sconfitta di Gallipoli, nascondendosi dietro lo pseudonimo di Charles Morin. Anche il pacato Re Carlo III prosegue la tradizione descrivendo l'acquerello, da lui tanto amato e praticato, come un ingresso "in un'altra dimensione".

Il mondo della musica ha offerto a Di Marzio un altro fertile terreno d'indagine. Franco Battiato si accostò alla pittura verso i cinquant'anni e quasi per sfida: firmandosi Süphan Barzani ha creato pregevoli icone metafisiche a fondo oro. Paolo Conte, più prosaicamente, definisce pittura e musica i suoi vizi capitali. Bob Dylan è una artistar, ingaggiato persino dalla galleria di Gagosian, mentre Joni Mitchell si ritiene "una pittrice deragliata dalle circostanze". Anche il grande schermo ha nutrito vari insospettabili dell'arte: Federico Fellini, ad esempio, usava il disegno per concepire i suoi film prima di girarli, così come David Lynch. E poi ci sono i duri e puri questi davvero insospettabili - come Anthony Quinn, che passava ore a scolpire radici di ulivo nei Castelli Romani, o Sylvester Stallone, che incideva il volto di Rocky sulla tela con un cacciavite, o ancora il maledetto Johnny Depp, che ha trovato nella pittura, dopo le note bufere giudiziarie, un rifugio di pace. La divina Sharon Stone una che comunque già giovanissima posava per gli artisti underground di New York ha riscoperto il potere terapeutico della pittura su tela durante la pandemia e ora si diletta a esporre in gallerie in giro per il mondo.

Chiude la carrellata di outsider Adolf Hitler: il fallito, quello respinto due volte dall'Accademia di Vienna. Incapace di ritrarre la figura umana, produsse migliaia di vedute piatte e senz'anima, figlie di un maniacale bisogno di controllo geometrico dello spazio.

Molti collegano l'umiliazione subita da studente alla vendetta contro la cosiddetta "arte degenerata". Di Marzio ne ricorda la fine, nel bunker, sotto il quadro che più amava: L'isola dei morti di Arnold Böcklin. E poi si domanda: che fine hanno fatto tutti i suoi dipinti e disegni?

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