Il governo del ribaltone tormenta il premier

Berlusconi vorrebbe il voto, ma ammette: «I mercati non aspettano». C’è l’ipotesi di proporre un nome alternativo a Monti

Roma - Il tormento del Cavaliere sta tutto in quel «vediamo» con cui a sera risponde ai cronisti che gli chiedono se è pronto a sostenere un governo di larghe intese. Perché per tutto la giornata - tra incontri e vertici ristretti - Silvio Berlusconi non nasconde le sue perplessità su una soluzione che non gli piace affatto, che considera non solo «un tradimento della volontà popolare» ma anche una «grande ammucchiata» che difficilmente porterà qualcosa di buono e che l’elettorato farà molto fatica a comprendere.
La pancia, insomma, continua a fargli dire che «la scelta più limpida sarebbe quella di tornare alle urne». Ma, spiega incontrando a Palazzo Madama i senatori del Pdl, «dobbiamo fare i conti con la speculazione dei mercati» che «non ci permette» di «aspettare mesi» prima che si insedi un nuovo governo. A malincuore, dunque, la risposta potrebbe davvero essere quella di un esecutivo tecnico. Se guidato da Mario Monti, spiega Berlusconi, «lo deciderà l’ufficio di presidenza del Pdl». Una scelta che dovrà essere quindi collegiale perché «ora è importante restare uniti». Poi in serata ha aggiunto una nuova possibilità: che sia il partito stesso a indicare un altro nome a Napolitano.
Già, perché sotto le pressioni delle ultime ore il partito rischia seriamente di sgretolarsi, spaccato tra chi vorrebbe tornare alle urne subito (da Ignazio La Russa ad Altero Matteoli, passando per Paolo Romani, Maurizio Sacconi, Renato Brunetta e Mariastella Gelmini) e quanti sono invece contrari al voto anticipato (da Angelino Alfano a Franco Frattini passando per Raffaele Fitto, Fabrizio Cicchitto, Gaetano Quagliariello, Maurizio Gasparri e Maurizio Lupi). Una partita complicatissima, soprattutto alla luce di un totoministri che dà per riconfermati Frattini alla Farnesina (ma ci sarebbe il veto del Fli che non dimentica la vicenda Lavitola) e Fitto. Con l’area degli ex An che rimarrebbe esclusa da incarichi di governo e che non sembra affatto gradire al punto da minacciare una scissione dal gruppo parlamentare del Pdl così da non appoggiare l’eventuale esecutivo.
E forse è anche per questa ragione che nelle ultime ore avrebbe ripreso quota l’ipotesi di un governo tecnico tout court. E cioè senza esponenti dei partiti. Un soluzione che piace molto a Pier Luigi Bersani e che eviterebbe al Pd di «mischiarsi» con quelli che fino a ieri erano gli avversari di una vita. E che a Berlusconi risolverebbe l’enorme grana scoppiata dentro il Pdl perché a quel punto nessuno avrebbe da lamentarsi.
Senza perdere di vista un dettaglio. E cioè che una delle cose che proprio non va giù al Cavaliere è quella di trovarsi nei banchi della Camera a dover votare la fiducia ad un esecutivo con dentro anche chi fino a ieri ha fatto l’impossibile per avere la sua testa. Un strada, ripete da giorni, che «i nostri elettori non riuscirebbero a capire» perché «siamo noi ad aver portato il bipolarismo in Italia» e che, peraltro, nel prossimo anno permetterebbe a una Lega con le mani libere di recuperare una grossa fetta di elettorato di centrodestra (ovviamente a discapito del Pdl).
Il quadro, però, è in rapida evoluzione. Quel che è certo - larghe intese o governo tecnico che sia - è che sia da una parte che dall’altra si stanno chiedendo garanzie al Quirinale prima di «imbarcarsi». Soprattutto Berlusconi, che vuole evitare di ritrovarsi alle prese con un ribaltone di fatto e senza alcuna «copertura». Anche per questo il Cavaliere continua a non togliersi dalla testa che la «giusta soluzione» sarebbe quella delle urne ma «dobbiamo essere responsabili». Con una certezza. «Sono preoccupato ma sereno, perché ho fatto la mia parte. Dopo di me finalmente non avranno più alibi e vedremo se sono davvero io il problema».