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Legge elettorale, Trump e benzina: le mine che Meloni prova a disinnescare

Sfogo di Pichetto su Donald: "Quanto resisteremo con la crisi energetica?"

Legge elettorale, Trump e benzina: le mine che Meloni prova a disinnescare

«Quanto resisteremo di fronte alla crisi energetica? Non lo so, dobbiamo inventarci qualcosa. Spegnere la luce? Durante l'austerity del 1973 ci fu il divieto delle auto la domenica. Ma andava bene cinquanta anni fa, non ora. Ci vuole fantasia». Una delle spine del governo la racconta il ministro dell'Ambiente, Gilberto Pichetto. Per la prima volta parlamentari e ministri si sono rivisti per votare la fiducia sul decreto bollette. Naturalmente il punto politico si farà giovedì 9 aprile quando la premier andrà alle Camere ma la Meloni sa che nei frangenti difficili, i problemi non si risolvono, si sommano. E ogni giorno ha la sua pena. Ieri ad esempio Guido Crosetto ha cavalcato la decisione di non permettere l'uso della base di Sigonella agli aerei Usa. Ma è durato poco: qualche ora dopo di fronte alle solite bordate di Trump contro gli europei, Palazzo Chigi ha emanato un comunicato dai toni più rassicuranti verso Washington. Al punto che qualcuno ha insinuato il dubbio che ci fosse un dissonanza tra Palazzo Chigi e Difesa: «La nota è stata concordata», ha precisato subito Crosetto.

Il senso del momento però lo dà un'altra prospettiva. Di fronte a una prova d'orgoglio di fronte agli Usa (esagerata o meno) ci si aspetterebbe un plauso a sinistra (i comunisti applaudirono Craxi all'epoca di Sigonella). E, invece, niente: critiche e sarcasmo sono arrivati pure dai riformisti. «La Meloni sta tentando di cambiare rotta - osserva il piddino Vincenzo Amendola - : le critiche alla pena di morte in Israele, la polemica contro Netanyahu per aver vietato al cardinale Pizzaballa l'ingresso al Santo Sepolcro e il no a Trump per l'uso delle basi fanno parte di questa strategia. Solo che è tardi: doveva pensarci mesi fa quando Trump ha cominciato a dare i numeri. E poi lo fai e un'ora dopo torni indietro spiazzando Crosetto: imbarazzante!». Anche il mite Piero Fassino, che pure è amico del responsabile della Difesa, non è comprensivo. «Non capisco perché Guido ha pubblicizzato questa storia in termini così eclatanti. Poteva fare meno casino».

Siamo al paradosso che la sinistra italiana loda Sanchez quando nega la basi agli americani, mentre è critica quando lo fa Crosetto. La ragione? Nelle opposizioni c'è la convinzione - giusta o sbagliata che sia - che il destino della Meloni, oggi o fra un anno, sia segnato. Sarà l'ubriacatura per un successo al referendum inaspettato, ma l'atmosfera che si respira lì dentro è questa. «Mi toccherà pure fare il ministro» ridacchiava Angelo Bonelli ieri in Transatlantico dopo aver criticato il ministro Pichetto in aula. Mentre per tutto il pomeriggio Giuseppe Conte ha celebrato sul web il suo nuovo libro «Una nuova primavera»: un'auto-esaltazione dei suoi governi passati, che sembra una prenotazione per quello futuro. In quest'atmosfera avvelenata per il governo ieri pure i parlamentari del generale Vannacci hanno votato contro la fiducia.

Se questo è lo stato d'animo è difficile immaginare un «appeasement», «un'intesa» di qualsiasi tipo. Pure sulla legge elettorale. Sul tema ci sono interessi comuni che potrebbero favorire convergenze in Parlamento, ma a sinistra prevale l'idea di non «confondersi», di mantenere il governo nel mirino. Racconta il forzista Nazario Pagano che ieri ha incardinato la legge nella sua Commissione: «Ho detto che le leggi elettorali non si fanno da soli, né a colpi di maggioranza. Che il pareggio non fa bene, né a noi, né a loro. Ma niente: a sinistra rifiutano tutto. Sono ancora sotto sbornia da referendum. Se Meloni e Schlein non si parlano non si va da nessuna parte».

Il punto è che al Pd, questa legge elettorale con qualche modifica potrebbe andar bene, ma non è disposta a votarla in alcun modo. «Diremo sempre no - sentenzia Amendola - non ci faremo coinvolgere da un governo che si sta avvitando».

La convinzione è che la Meloni sia su un piano incrinato. Che ha dietro due vice-premier in crisi: a Montecitorio raccontano che sono già pronte 28 firme per cambiare il capogruppo dei deputati di Forza italia («si aspetta solo l'incontro tra Tajani e Marina Berlusconi» confida il forzista Pella); mentre la Lega è una pentola che ribolle. E poi ci sono i guai provocati da Trump che tolgono il sonno al ministro dell'Economia Giorgetti. Appunto, le spine di Pichetto. «Abbiamo tirato fuori dieci milioni di barili dalle riserve - racconta il ministro - solo che non sappiamo quanto dura la guerra. Ora ci si mettono pure gli Houthi. E tutto per colpa del Nerone d'America, lo avevo detto anche durante la campagna americana che avrebbe portato guai». Un'autoflagellazione da cui traspare impotenza. «Speriamo di avere ancora margini - confessa il viceministro dell'Economia, Leo - ma siamo al limite. Né possiamo tornare all'austerity del '73. Il problema è che capita tutto a noi e non per colpa nostra».

È il Francesco De Gregori del «destino cinico e baro» cantato nella «Storia».

Quindi che fai? Chiudi gli occhi, vai avanti e stringi i denti. «Non ci sarà nessun Meloni bis - diceva l'altro giorno all'università Luiss Giovanni Donzelli, proconsole di FdI - non ci sarà nessun rimpasto con voto di fiducia. Andiamo avanti fino alla fine».

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