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Meloni, Tajani e Salvini: vertice per la ripartenza a casa della premier

Incontro post-referendum tra i leader. Sul tavolo legge elettorale, crisi internazionali ed equilibri di coalizione

Meloni, Tajani e Salvini: vertice per la ripartenza a casa della premier
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Una delle «riunioni di routine» per «fare il punto». Ma anche, inevitabilmente, un incontro per segnare i prossimi passi della ripartenza del centrodestra dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia. Dopo giorni di caos, la maggioranza serra le fila con un vertice informale tra le «tre punte» dell'esecutivo, nella casa romana della premier Giorgia Meloni. Al tavolo, venerdì sera, oltre alla presidente del Consiglio, ci sono Matteo Salvini e Antonio Tajani. Un segnale di compattezza, in vista delle prossime sfide. Un confronto in due tempi tra i leader: prima un breve scambio di opinioni a margine del Consiglio dei ministri che ha approvato il decreto Fiscale, quindi la cena a casa della premier. Si è trattato del primo incontro a tre la presidente del Consiglio e i suoi vice dopo l'esito referendario. Ma, tra i dossier all'attenzione dell'esecutivo, ci sono anche altre questioni. Dalla situazione internazionale alla legge elettorale. Proprio su questo punto

si registra un'accelerazione. Martedì partirà l'iter dello «Stabilicum» in commissione Affari Costituzionali alla Camera e sono stati nominati i relatori di maggioranza: Alessandro Colucci di Noi Moderati, Igor Iezzi della Lega, Nazario Pagano di Forza Italia e Angelo Rossi di Fratelli d'Italia.

Ma ci sono anche gli equilibri interni ai partiti del centrodestra. FI, in particolare, dopo l'avvicendamento tra Maurizio Gasparri e Stefania Craxi alla guida del gruppo al Senato, ha vissuto momenti di tensione. Il verbo al passato non è casuale. Infatti, adesso, la burrasca sembra passata. All'orizzonte non c'è la decapitazione del gruppo dirigente «azzurro». Resta al suo posto il capogruppo alla Camera Paolo Barelli, così come Tajani, blindato anche da Marina Berlusconi. In agenda ci sono sicuramente la ricerca di volti nuovi, l'apertura alla società civile, un rilancio liberale, ma niente scossoni. La riflessione, condivisa, è che un cambio al vertice di Forza Italia avrebbe finito per indebolire il governo, di cui Tajani è uno degli esponenti più importanti. Nessun duello tra correnti nel partito fondato da Silvio Berlusconi, come spiega al Giornale il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, tra gli esponenti dell'area più liberal. Mulè dice di non aver avuto «un ruolo» in ipotetiche raccolte firme, a Montecitorio, per sostituire il presidente dei deputati Barelli, né di essere stato tra i protagonisti di un lavorìo ai fianchi di Tajani. Nessuna «telefonata ricevuta» dal vicepresidente della Camera da parte di Marina Berlusconi. «Tutto radicalmente falso, come sostenere che ci toccherà in sorte di subire la neve a ferragosto», taglia corto Mulè.

E Alessandro Cattaneo, uno dei parlamentari che chiede discontinuità, invita a ripartire dai temi: «Il partito o innova o non è Forza Italia. Ripartiamo dalle idee, alziamo il bandierone liberale e apriamoci alla società».

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