È partito come un racconto emotivo, quasi cinematografico, il servizio andato in onda ieri sera a PresaDiretta, su Rai 3, dedicato alle pensioni italiane. Storie di precari, medici pensionati che tornano in corsia, giovani costretti a emigrare. Una narrazione potente, costruita per suscitare indignazione e paura sul futuro previdenziale del Paese. Un'impostazione meno aggressiva rispetto a Report, ma non meno orientata politicamente: già dal comunicato di lancio si percepiva una sostanziale adesione alle tesi di Maurizio Landini, della Cgil e del Partito Democratico sulla necessità di una riforma libera tutti. Con un dettaglio non secondario che nel racconto televisivo è passata quasi sotto silenzio: proprio i governi sostenuti dal Pd hanno mantenuto l'impianto della riforma firmata da Elsa Fornero.
Il programma ha dato spazio anche allo scontro politico. Il responsabile economico di Fratelli d'Italia, Marco Osnato, ha spiegato che «oggi le condizioni sono migliori di quelle di tre anni fa per provare a ipotizzare una riforma delle pensioni, nel medio termine», ricordando che l'Italia sta rientrando «da un'infrazione molto grave» e da anni difficili nella gestione del debito. Dall'opposizione sono arrivate critiche prevedibili: la deputata del Movimento 5 Stelle Chiara Appendino ha parlato di «schiaffo in faccia a migliaia di donne» sullo stop 2026 a Opzione donna, sostenendo che «andare in pensione oggi è complesso, con questo governo è diventato praticamente impossibile». Sulla stessa linea la dem Maria Cecilia Guerra, secondo cui le promesse sull'età pensionabile non sarebbero state mantenute.
Ma al di là delle testimonianze e delle polemiche, esiste un livello che la televisione spesso trascura: quello dei numeri. E i numeri raccontano una realtà molto meno drammatica di quanto suggerisca la narrazione strappalacrime. Nel 2025 la spesa pensionistica italiana è stata stimata intorno ai 289 miliardi di euro, circa il 15,3% del Pil, una quota elevata ma sotto controllo grazie ai meccanismi automatici introdotti negli ultimi decenni. Il sistema conta circa 16,3 milioni di pensionati e quasi 18 milioni di prestazioni, con un importo medio delle nuove pensioni superiore ai 1.200 euro mensili. Soprattutto, la sostenibilità finanziaria è garantita dall'aggancio tra età pensionabile e aspettativa di vita, il pilastro più contestato politicamente ma anche quello che ha evitato squilibri ben peggiori nei conti pubblici.
Dai vertici dell'Inps è sempre giunta una fotografia opposta a quella televisiva. La direttrice generale Valeria Vittimberga qualche settimana fa ribadì che «il sistema pensionistico italiano è solido, non soltanto per il breve periodo ma nel medio e lungo periodo», sottolineando che la forza deriva da «scelte responsabili» come il contributivo e l'adeguamento alla speranza di vita. Anche il presidente Gabriele Fava non fu meno ottimista. «Abbiamo un orizzonte 2050 con una popolazione over 65 al 35% del totale nazionale», ma la risposta non è smontare le riforme, bensì «allargare la partecipazione al lavoro», soprattutto di giovani, donne e over 65. Per evitare che il trend demografico porti in parità il rapporto tra lavoratori e pensionati.
Il punto politico vero è qui. Chi oggi denuncia l'insostenibilità sociale del sistema spesso propone misure che ne minerebbero la solidità finanziaria. Bloccare l'età pensionabile o aumentare massicciamente la flessibilità in uscita senza coperture significherebbe scaricare il costo sulle generazioni future o sul debito pubblico. Non è un caso che proprio la credibilità finanziaria dell'Italia sia migliorata negli ultimi anni, con contestuali promozioni delle agenzie di rating, anche grazie alla linea prudente del ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti. La stabilità previdenziale, infatti, è uno dei fattori chiave osservati dai mercati.
Questo non significa negare i problemi reali: carriere discontinue, salari stagnanti e denatalità mettono pressione sul sistema. Ma trasformare questi nodi strutturali nella narrazione di un disastro rischia di essere fuorviante.
Il paradosso italiano è che il sistema pensionistico funziona proprio perché negli anni sono state prese decisioni impopolari. Decisioni che oggi molti criticano, ma che nessuno - quando ha governato - ha davvero smantellato. Ed è probabilmente questa la differenza tra la politica della responsabilità e quella del racconto televisivo.