Da due stagioni Mauro Lamantia, sta ottenendo un grande successo con "Gramsci gay" di Iacopo Gardelli con la regia di Matteo gatta, prodotto da Accademia parduta (al Filodrammatici da oggi) perché coinvolge due generazioni di spettatori: quella ancora legata all'impegno politico che fa riferimento a Gramsci e a Ordine nuovo e quella legata al disimpegno e alla crisi delle ideologie. Mettersi d'accordo sui concetti di impegno e disimpegno non è semplice perché chi parteggia per il primo, è considerato di retroguardia, mentre, chi parteggia per il secondo ritiene inutile impegnarsi. Osservando le programmazioni, i testi teatrali non sono più frutto dell'immaginazione, bensì di letture: c'è chi ha deciso li leggere e portare in scena il Vecchio Testamento come ha fatto Vacis allo Stabile di Torino e chi Darwin, magari con l'aiuto di filosofi della scienza come Paolini allo Strehler. Poi come lamantia, chi ha deciso di leggere e studiare Gramsci, non quello dei "Quaderni", ma quello di Ordine nuovo, la rivista pubblicata nel biennio 1919-20. Un modo per riflettere su certi archetipi che riguardano religione, scienza, politica. Il titolo, però, ha bisogno di una spiegazione, perché non ha nulla a che fare con l'omosessualità o col gender, trattandosi di un gesto inconsulto di un giovane arrabbiato, un certo Nino Russo che spalmò, nel 2019, di vernice rossa, il volto di una foto di Gramsci con la scritta "Gay" per una forma di protesta. Lo spettacolo è diviso in due parti: la prima dedicata alla febbrile attività del giovane Gramsci, capo redattore di Ordine Nuovo, a Torino, durante lo Sciopero delle Lancette in occasione della prima applicazione dell'Ora legale che avrebbe fatto risparmiare, alle industrie energia, ma costringeva i lavoratori a uscire di casa col buio. Parteciparono più di 200mila lavoratori che occuparono le fabbriche. Quello a cui fa riferimento Gramsci, ha come oggetto, il rapporto tra classe dominante e mondo del lavoro che porta al centro della discussione l'impegno dell'intellettuale verso le classi subalterne. Per Gramsci, l'intellettuale non doveva essere il semplice produttore di cultura, ovvero l'artista, il filosofo, lo scrittore, ma colui che partecipava alla vita politica della società capitalista. La sua funzione, pertanto, consisteva nel far capire il divario tra il mondo del capitale e quello del lavoro: argomento, più volte, trattato su Ordine Nuovo, con le conseguenti polemiche per le accuse che Gramsci non risparmiava al Partito socialista. Cent'anni dopo, le cose sono molto cambiate: al giovane Gramsci, viene contrapposto il giovane Nino Russo, emblema della sottocultura e della vittoria dell'industrializzazione globalizzata che ha sconvolto le nuove generazioni che usano la street art per imbrattare monumenti o immagini di personaggi con la convinzione che, senza cultura, non potrà mai esserci nè consapevolezza critica, né formazione politica.
Questa materia viene affrontata da Lamantia, vincitore del Premio Franco Enriquez, con distacco critico, ma anche con partecipazione irrequieta nella parte di Gramsci, mentre cambia modulo recitativo in quella di Nino Russo che affronta con spavalderia e agitazione, tipiche di chi si sente diverso in una società senza modelli e maestri.