Grazie al Piano Marshall ma fu l'Italia a ripartire

A Genova i lavori non si sono mai fermati: il viadotto sul Polcevera è ormai ricostruito e in estate potrebbero passarci le prime auto; dal crollo saranno passati due anni esatti

A Genova i lavori non si sono mai fermati: il viadotto sul Polcevera è ormai ricostruito e in estate potrebbero passarci le prime auto; dal crollo saranno passati due anni esatti. Per l'Italia degli ultimi decenni, il Paese dell'immobilismo e dei veti, una performance che sa di miracolo. E che ai tempi di un «miracolo», quello economico, riporta: nel 1956 veniva posata la prima pietra dell'Autostrada del Sole, nel 1964 l'intero percorso tra Milano e Napoli era completato; a inaugurarlo, con tre mesi di anticipo rispetto alla data prevista, fu il presidente del consiglio Aldo Moro.

Era l'Italia del boom, dell'età d'oro, di un Paese in cui le cose si decidevano e si facevano. Subito dopo la guerra, ha scritto la storico Carlo Maria Cipolla, «l'Italia era ancora un Paese arretrato con un'area avanzata, il Triangolo industriale» e in un paio di decenni si trasformò in un «Paese avanzato con un'area arretrata, il Mezzogiorno». Tra il 1950 e il 1963 il tasso medio annuo di crescita fu del 5%. Ma tra il 1958 e il 1963, il vero cuore del boom, la velocità crebbe ancora e con essa la crescita, che raggiunse il 6,3% contro una media europea del 4,3%. Nel 1955 venne presentata la Seicento, uno dei simboli di quel periodo, due anni dopo la Cinquecento, destinata a rimanere in produzione fino a metà degli anni Settanta.

RITORNO AL FUTURO

Degli anni del miracolo si è parlato molto nelle ultime settimane. Come allora l'Italia deve fare i conti con un crollo improvviso e traumatico dell'economia. Il calo stimato per il momento si situa tra il 9 e il 10% e in ogni caso è il maggiore dagli anni del secondo conflitto mondiale. Anzi, secondo uno studio di Deutsche Bank, si tratta di un crollo per dimensioni mai registrato dall'Unità d'Italia in poi. Salvo, appunto, il triennio tra il 1943 e il 1945, in cui la produzione scese rispettivamente del 15,2%, del 19,3 e del 10,3%.

Poi la lenta risalita. Non subito, però. Il Paese dovette affrontare un lungo periodo di instabilità monetaria con un'inflazione galoppante. Il 1947 fu l'anno finale di un continuo processo di perdita di valore della lira: fatto 100 il livello dei prezzi del 1938 nel '47 si superò quota 5100, oltre 50 volte tanto. Interi patrimoni vennero spazzati via. Ma già in agosto Luigi Einaudi, allora governatore della Banca d'Italia, alzò il tasso di sconto, rendendo più difficile l'accesso al credito. Fino agli anni Sessanta la stabilità monetaria divenne una delle caratteristiche del boom italiano: l'aumento medio dei prezzi in un periodo di turbolenta crescita sarà del 2,9% e nel 1959 il Financial Times assegnerà alla lira l'Oscar delle monete.

Ad aiutare la svolta valutaria voluta da Einaudi e a controbilanciare gli effetti recessivi (che pure non mancarono) fu il Piano Marshall, un nome diventato evocativo e spesso richiamato anche in questi giorni. In realtà, anche se può essere sorprendente, gli storici dell'economia tendono oggi a ridimensionare il ruolo finanziario in senso stretto di questi aiuti: «È improbabile che la crescita sia stata molto influenzata dagli effetti economici diretti degli 1,5 miliardi di dollari che l'Italia ricevette dagli Usa tra il 1948 e il 1951 (pari al 2% del Pil, a fronte del 2,5% in media per gli altri Paesi», scrivono Nicolas Crafts e Marco Magnani in «L'Italia e l'economia mondiale», pubblicato per la Collana storica della Banca d'Italia. «Ma il Piano può essere stato un fattore importante nel determinare la distribuzione dei costi della stabilizzazione, nel sostenere la modernizzazione degli impianti industriali...diede inoltre ulteriore slancio ai processi di liberalizzazione degli scambi».

SOLDI E CONDIZIONI

È questo uno degli aspetti decisivi: gli Stati Uniti volevano creare un blocco economico efficiente ed integrato anche per contenere il pericolo sovietico. Spinsero per la creazione di mercati liberi e di strutture sovrannazionali come l'Oece (antenato dell'attuale Ocse) e la Comunità europea del carbone e acciaio, primo nucleo dell'Unione europea. Proprio l'Oece era il primo guardiano di una condizionalità, come si direbbe oggi, molto pesante a cui gli aiuti del Piano Marshall erano vincolati. Lo ha ricordato nei giorni scorsi una ricerca dell'Osservatorio sui conti pubblici italiani.

Con il Piano Marshall, quello vero, l'Italia doveva sottoporre all'approvazione dell'Oece un piano di spesa dettagliato. Ottenuto il via libera le richieste dovevano essere inviate all'European Cooperation Administration, l'ente americano che si occupava di gestire le pratiche, che potevano essere respinte, approvate solo parzialmente o corrette in corso d'opera. Una trafila di fronte alla quale le proteste attuali contro l'intervento del cosiddetto Mes con la sua «pallida» convenzionalità, appaiono quanto meno sorprendenti.

A fare la differenza, comunque, non fu nemmeno il Piano Marshall: nel miracolo economico, scrive ancora Carlo Maria Cipolla («Storia facile dell'economia italiana»), «quello che ci fu di veramente miracoloso non è stata tanto la comparsa di una serie di fattori produttivi prima inesistenti, quanto la loro felice combinazione in un circolo virtuoso permesso dal nuovo clima internazionale di pace e apertura dei mercati».

Lavoro e creatività degli italiani fecero la loro parte: nel 1937 in Italia si producevano in tutto 78mila autoveicoli, nel 1963 si superò il milione, le macchine da scrivere passarono da 75mila nel 1948 a 733mila nel 1963, le calcolatrici da 23mila a 726mila negli stessi anni.

A dare una mano fu la disponibilità per anni abbondantissima di manodopera a buon mercato che arrivava dal Sud. In pochi anni quasi 10 milioni di persone scelsero la strada dell'emigrazione interna. Questo contribuì a tener bassi i salari liberando risorse per gli investimenti.

Troppo bello per durare, e infatti il meccanismo si è inceppato presto. Dalla fine degli anni Sessanta l'Italia, pur con alti e bassi, non ha più ritrovato il passo degli anni del boom. Con linguaggio super-tecnico due economisti già citati Nicholas Crafts e Marco Magnani scrivono che «l'assetto post-bellico era adeguato a un processo di rapido catch-up (in italiano recupero) di una economia arretrata che doveva prendere slancio, ma la situazione cambiò non appena l'Italia si avvicinò alla frontiera». E per frontiera si intendono le posizioni dei Paesi di testa. In pratica il nostro Paese ha dimostrato di avere le carte giuste per essere promosso dalla Serie B alla Serie A dell'economia mondiale. Ma una volta arrivato nella massima categoria non è riuscito a tenere il passo delle squadre migliori. E forse il problema affonda le sue radici anche nei momenti di successo.

NOSTALGIA

Guardando al periodo tra il 1947 e il 1989 Francesco Silva e Augusto Ninni hanno scritto, in un libro uscito di recente («Un miracolo non basta»), che «questi decenni non sono il paradiso perduto, ossia una fase a cui richiamarsi per progettare il nostro futuro. Le molte nostalgie di vario tipo e colore che oggi sembrano prosperare sono mal riposte. Certamente quel quarantennio ha prodotto molti successi, ma ha anche incubato la malattia depressiva che ci preoccupa sempre di più». Tra le eredità del passato, c'è per esempio l'ostacolo maggiore sul cammino dell'economia italiana: il debito. A partire dagli anni '70 è continuamente aumentata la spesa pubblica senza che si preoccupasse di evitare i deficit, che sono serviti alla classe dirigente per «comprare» consenso.

Ora, di fronte allo choc del Coronavirus, l'invocazione diffusa è quella di un piano Marshall con una potente iniezione di liquidità. Giusto e indispensabile. Ma alla fine il carburante non serve se la macchina non funziona. E se i meccanici non la riparano lavorando a tecnologia, burocrazia e scuola. Tanto più se, come ricordava Guido Carli quasi 30 anni fa (vedi il testo sotto), ci si inventa complotti e macchinazioni pur di dare la colpa a qualcun altro «L'Italia è stato l'unico Paese che non è tornato sui livelli pre-crisi del 2008», ha ricordato di recente Lorenzo Bini Smaghi, ex membro del comitato esecutivo della Bce. «Negli ultimi anni l'unica linea di politica economica è stata quella di chiedere flessibilità all'Europa per fare più spesa corrente. Di riforme per rendere il Paese più competitivo se ne sono viste poche».

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Commenti
Ritratto di DesiréeMassaroni

DesiréeMassaroni

Mer, 22/04/2020 - 19:17

Bell'articolo che in parte fa rima con l'intervista a Giuseppe De Rita su La Repubblica di oggi. De Rita esorta a un comportamento collettivo simile a quello assunto nel dopoguerra...rimboccarsi le maniche, lavorare duro senza delegare la completa ripresa economica allo stato. E addita la scarsa vivacità delle ultime generazioni al fatto che i governi hanno poco stimolato la creatività e l'imprenditorialità soggettiva. Di piano Marshall non ne parla.E qui giustamente evidenziate che mancano buoni meccanici per rimettere in moto la macchina...ora è da capire come uscire da questo empasse (per usare un eufemismo)...