La Great Black Music e George Lewis fanno risplendere Umbria Jazz

Perugia A conti fatti, le luci di Umbria Jazz 2009 superano le ombre. Di queste si è già detto riconoscendo che sono inevitabili, tuttavia nelle prossime edizioni del festival si potranno e si dovranno fare scelte più attente. In compenso si è ascoltata buona musica, molto più che nel recente passato. E va segnalato in primis un avvenimento importante che ha scarsi riscontri analoghi nella lunga storia della manifestazione, cioè la presenza «in residence» dell'Aacm Great Black Music Ensemble riunito per l'occasione dal trombonista e compositore George Lewis. Si tratta di una poderosa formazione di 21 elementi che ha tenuto al Teatro Morlacchi sei concerti con programmi rigorosamente diversi, due riservati a musiche di Lewis e gli altri a partiture di alcuni membri dell'Ensemble, in particolare della flautista Nicole Mitchell, della violoncellista Tomeka Reid e del sassofonista baritono Mwata Bowden. Giova ricordare che Aacm è l'Associazione per il Progresso dei Musicisti Creativi fondata a Chicago nel 1965 dal pianista Muhal Richard Abrams, che è stata ed è tuttora basilare per lo sviluppo della Grande Musica Nera - si pensi all'Art Ensemble of Chicago - sia sperimentale sia della corrente maggiore (mainstream) che l'orchestra apprezzata a Perugia propone entrambe con pregevole stile.
Lewis, prima di approdare in Umbria, ha rilasciato una dichiarazione di grande rilievo, una vera rivendicazione identitaria: «Con questo Ensemble - ha affermato - voglio dimostrare con una documentazione indiscutibile che musicisti afroamericani come Roscoe Mitchell, Abrams, Anthony Braxton e l'Art Ensemble hanno fatto la storia della musica sperimentale quanto John Cage ed Edgar Varèse con i quali essi interagivano, mentre nelle storie scritte finora i bianchi appaiono come gli unici protagonisti». L'orchestra ha confermato la sua statura di compositore e di strumentista e ha fatto conoscere musiche impegnative che esigono e meritano la massima attenzione. Più di ogni altra rimane nella memoria una lunga suite in cinque episodi (oltre un'ora senza soluzione di continuità) firmata da Mwata Bowden.
Devo limitarmi, a questo punto, a citare il meglio con qualche inevitabile omissione. Sugli scudi ci sono ancora una volta i Quintorigo con il loro Charles Mingus «differente» ma bello e legittimo. L'atteso ritorno a Umbria Jazz del pianista Ahmad Jamal in quartetto ha soddisfatto ma non troppo per via del suo uso del pedale, talora in colpa per troppo vigore, che ha costretto il gruppo a sonorità eccessive. Sempre egregio l'esploratore Dave Douglas, questa volta con la tromba in sodalizio con trombone, corno e tuba. Il pianista McCoy Tyner, in trio più i solisti ospiti Gary Bartz e Bill Frisell, è stato seguito dal pubblico con vivo affetto, data la sua palese sofferenza per un malanno che lo affligge da tempo.

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