"La guerra mi affascina sempre ma non ho paura della paura"

Storica militare, ha lavorato al Pentagono come assistente del ministro della difesa Usa. Oggi è consulente degli americani per le vicende libiche

Bionda, occhi azzurri, sorriso delicato. Federica Saini Fasanotti, 48 anni, milanese, a guardarla è quanto di più lontano si possa immaginare dalla guerra. Eppure, dietro quel volto angelico, c'è una battagliera vera. È una storica militare. Specializzata in controguerriglia, per essere precisi. E lei precisa lo è. Due lauree, un marito, due figli, 6 libri pubblicati e il settimo (un manuale da 500 pagine) in via di pubblicazione, collabora con Ispi in Italia e Brookings a Washington, il più importante istituto al mondo di geopolitica: per loro è l'esperta di Libia. Significa che quando gli americani devono affrontare l'argomento Libia consultano lei. Ovviamente ha bazzicato la Libia ma è stata anche in Etiopia , in Afghanistan durante la guerra, nel 2013. Niente velo né giubbotto antiproiettili. Il suo motto è never give up, non ti arrendere mai. È una coraggiosa. Nel senso vero, non le fa paura avere paura.

Come si diventa signora della guerra?

«È tutto un caso... sono storica militare, esperta di dottrina di controguerriglia, specialista in guerre irregolari in cui non si scontrano due eserciti, ma un esercito dotato di armi e disciplina che combatte persone senza uniforme, gruppi di popolazione che insorgono. È la guerra vera, la forma più pura. È Davide e Golia...»

Partiamo dall'inizio.

«Mi laureo alla Statale a Milano, Lettere moderne, Storia della critica dell'arte contemporanea. Lì capisco che la storia mi piace da pazzi. Perché la storia è tutto. È economia, è politica, è sociologia, è antropologia, è l'essere umano».

Un periodo storico in particolare?

«Mi piaceva il fascismo. I regimi totalitari del '900 su di me avevano un fascino speciale... Quindi mi laureo, vado da mio padre e gli dico che voglio studiare ancora, convinta che il mio destino fosse studiare la storia pura. Prendo la seconda laurea. Poi dottorato sul rapporto, controverso, tra Croce Rossa italiana e fascismo. Mentre faccio ricerche in Archivio militare, incontro un colonnello che mi prende in simpatia e mi dice ti faccio vedere una cosa...»

La famosa collezione di farfalle...

«In questo caso la collezione di farfalle è un'enorme stanza di mille metri quadrati con tutti faldoni sui crimini di guerra. Chiusa al pubblico. Io la guardo. Mi vengono i brividi ancora oggi a ripensarci. Mi dice che lì ci sono i crimini di guerra che durante la Seconda guerra mondiale hanno compiuto gli italiani, ma c'è un'altra sezione dei crimini di guerra compiuti dagli alleati contro gli italiani. Avevo 28 anni. Finisco il dottorato, faccio una figlia, comincio a analizzare i documenti e vedo che lì dentro c'è una bomba. Nasce il mio primo libro, nel 2006. Ma ancora non capisco che voglio diventare una storica militare».

Poi cosa succede?

«Mi chiama un generale dello Stato Maggiore dell'esercito. Mi dice il suo libro mi è piaciuto. Ho due argomenti per lei. Uno era il brigantaggio, quando l'esercito Sabaudo scende in Calabria... migliaia di carte, tutte scritto a mano. L'altro sulla guerra in Etiopia. Io, storica del Fascismo non ci penso un attimo. E così do la mia parola. Poi panico...»

Perché?

«Scopro che non ho la grammatica militare, non conosco la differenza tra un obice e un mortaio, tra una colonna e un unità, tra una divisione e un reggimento e un battaglione. Le forze a massa si muovevano lateralmente in una manovra a tenaglia. Avevo un problema... finché non incontro un generale, uno dei più grandi storici militari mai esistiti, Mario Montanari di Firenze. Lui mi ha iniziato alle regole basiche e da lì sono partita... È venuto fuori l'Etiopia, il mio secondo libro. È andato molto bene, sono arrivata in finale al premio Acqui Storia che è il più importante in Italia, forse anche in Europa. Così l'Esercito mi ha proposto un altro tema, la Libia e tutti gli altri».

Oggi è l'esperta numero uno di Libia, tanto da essere un'italiana «prestata» all'America.

«Sono consulente alla Brookings Institution, mi occupo di Libia. Per loro nel 2017 sono stata chiamata a testimoniare davanti al Congresso americano sui temi legati al terrorismo. Brookings è stata una scuola di vita straordinaria per me che ero una storica militare discussa per alcune mie teorie dai grandi baroni universitari italiani».

In che senso?

«In Italia non faccio parte del mondo universitario, non mi sono schiacciata al volere di nessuno. Non ho fatto compromessi. Per dire, ho studiato ogni singola operazione che l'esercito italiano ha fatto sullo scacchiere africano in Libia e in Etiopia eppure non sono mai stata chiamata a un convegno. Ma va bene così... mentre qui c'è chi continua a fare storia morta, io vado negli Usa».

Brookings come arriva?

«Mentre lavoravo al libro sull'Afghanistan, un tenente colonnello mi chiama e mi dice che l'ex comandante di tutte le forze dell'Onu presenti in Afghanistan, il generale americano 4 stelle John Allen sta arrivando a Roma. Vuoi intervistarlo?. Allen è stato lo special envoy del presidente degli Stati Uniti Obama nel 2014 per la lotta contro l'Isis poi Comandante dell'ISAF, la missione Nato in Afghanistan... per me che partivo dai Durrani nel 1747, parlare con lui che la storia l'ha fatta davvero, voleva dire entrare nel vivo delle cose. Da lì è nata una grandissima amicizia. E oggi lui è presidente dell'istituto per cui lavoro, Brookings».

Ma non vive a Washington?

«Sono una non resident. Il mio è un titolo onorario, non vengo pagata perchè dovrei vivere lì e avere un mio progetto. Ma visto che ho una famiglia e per noi donne è sempre molto complesso tutto, ho dovuto rinunciare. Però questo mi ha permesso di continuare a fare la storica, la geopolitica, di curare la mia famiglia».

Non è facile essere donna in un mondo di uomini.

«Le donne sono poche, anche in ambito storico. Eppure valiamo tanto quanto, se non di più degli uomini, perchè arriviamo dove vogliamo, ma con tutte le difficoltà che abbiamo in più».

Ad esempio?

«Quando andavo negli Stati Uniti e i bambini erano piccoli, dovevo organizzare tutta la logistica. Poi gestire l'ansia con quello che non mangia o che gli è venuta la tosse e io dall'altra parte del mondo... tutto molto difficile. Eppure quando viaggio cerco di non chiamare neanche a casa per conciliare queste due nature che ho. Cioè quella di essere una mamma super presente e quella di essere un battitore libero».

Le missioni poi non sono delle passeggiate...

«Per scrivere i miei libri sono stata sia in Libia che in Etiopia e in Afganistan con lo Stato Maggiore dell'esercito con il generale Giorgio Battisti che ha firmato il libro con me. Stavo nel compound di Isaf a Kabul. Ogni volta che uscivo, controllavano sotto l'auto per vedere se avevano messo una bomba. Ma io andavo a fare le interviste che mi interessavano... il capo della croce rossa, l'ambasciatore russo, americano, il capo di stato maggiore dell'esercito afghano. Poi giravo per la città. Senza testa coperta, senza giubbotto antiproiettile. Volevo che lì le donne mi vedessero così...».

Perché studiare la storia?

«Per comprendere meglio il futuro. Nulla si ripeterà mai. I corsi e ricorsi storici di Vico sono filosofia. Però ci sono degli elementi che sono chiavi di lettura straordinarie per il futuro».

Esempio.

«Studiare la storia della Libia e soprattutto la Libia militare, cioè come i libici si sono mossi durante l'occupazione italiana, ha fatto sì che io fino ad adesso non abbia sbagliato un colpo. Ma non perchè sono intelligente, utilizzo la storia come una chiave di lettura. In Libia sono stati fatti errori perchè chi apparteneva alla leadership mondiale, Stati Uniti, Francia, Inghilterra non conosceva la storia. Se tu conosci il passato, il futuro non sarà mai lo stesso ma avrai sempre le chiavi per comprenderlo meglio».

Perché poi proprio di Libia?

«Quando ho intervistato Allen, era il 2014, lui mi disse che le cose stavano migliorando. Io lo guardai... guarda non hai letto bene succederà a b c d. Nel giro di un mese succede a b c d. Telefonata: vuoi andare a lavorare per Brookings? Avevo fatto una previsione precisa e non avevano un esperto sulla Libia. Quando il destino ti chiama non puoi dire di no. E mi sono rimessa in gioco da capo. Non ho paura».

E di cosa hai paura?

«Ho imparato che la paura è bellissima.. è fondamentale perchè è come l'olfatto, ti fa capire che devi stare all'erta. Per non avere paura, nel senso che noi concepiamo, bisogna accettarla pienamente. La paura è pesante, è qualcosa di denso, ti arriva e ti circonda improvvisamente. Io nei momenti più pericolosi della mia vita ho detto ok, va bene quello che è. Se la vedi così, fa meno paura».

Se fossi stata un uomo saresti andata in guerra

«Ho sempre detto al mio presidente che è un generale dei marines, che sarei stata il suo aiutante di campo perfetto e lui mi dice di sì. Però sono anche molto sessista in questo senso...»

In che senso?

«Credo che la guerra sia più una cosa da uomini. Le forze speciali ad esempio, hanno aperto alle donne da un anno. Ma lo zaino di un marine in guerra va dai 30 ai 50 chili. Se io ne peso 50 sarò un fardello per la mia squadra. Oppure devo snaturare completamente me stessa. Niente mestruazioni, mal di testa... Una donna può essere una spia, una forza di human intelligence straordinaria, mille volte migliore di un uomo. A ognuno il suo ruolo. Un uomo non partorisce. Credo che noi dobbiamo essere femministe nel senso di essere orgogliose di quello che siamo. Noi diamo la vita, gli uomini la tolgono. Io non la potrei togliere».

Con questo tuo occhio che parte da lontano cosa vedi nel futuro? Per cosa si combatterà?

«Il cambiamento climatico creerà dei problemi giganteschi a livello geopolitico. Oggi c'è l'energia sempre più importante. Le risorse naturali, c'è l'acqua, perché verrà a mancare. Ci saranno guerre legate ai cambiamenti climatici. Stanno già iniziando. L'Egitto è sul piede di guerra con l'Etiopia per esempio per la diga sul Nilo. Ne va della sussistenza del popolo egiziano, cosi come di quella degli etiopi».

Perchè studiare proprio la guerra?

«In guerra vedi la natura vera dell'essere umano. Ho fatto per un anno consulenza al Pentagono al generale James Mattis che era allora Segretario della Difesa. Lui di sé non racconta mai niente. Ma di lui raccontavano che una volta in Iraq era arrivato a una riunione ricoperto di sangue dopo che la sua auto era saltata su una mina. Mattis ne era uscito illeso, il suo autista no. Quando è entrato nella stanza tutti si sono zittiti. Era una maschera di sangue... E lui: Cosa state guardando? andiamo avanti... È evidente che poi questi uomini si portano dietro dei mostri. D'altronde è così. Il grande condottiero è quello che sta davanti. La storia militare lo insegna».

A quale periodo storico possiamo guardare oggi?

«Al medioevo europeo, siamo come in un nuovo medioevo. Lo si vede anche nella parcellizzazione degli Stati. Era un momento magmatico, di grandi turbolenze. Il periodo buio delle grandi lotte intestine, lo scontro tra forze. Oggi lo vedo così. Una umanità che cerca la propria essenza e che non la trova. Una grande confusione, divisioni, anche se poi ogni tanto succedono cose positive come un'Europa che si unisce davanti alla pandemia grazie a una leader visionaria come la Merkel. Ovviamente una donna...»

Lei sì?

«Mi piace tantissimo. Lei e Kamala Harris... mi sono commossa quando è stata scelta da Joe Biden come vicepresidente».

Parliamo di Covid. Cosa ci può insegnare la storia?

«Avevo studiato la Spagnola all'università ma c'era qualcosa che percepivo come similitudine con il Covid, anche se sono due virus completamente diversi. Quindi me la sono ristudiata tutta. Ho analizzato quali sono state le scelte di allora, quali quelle di oggi...

...E?

«.. e ho capito che sono due virus completamente diversi ma molto simili, con quella prima ondata di cui non ci siamo accorti, poi la seconda a fine inverno, adesso la terza. Se dovessimo seguire il decorso della Spagnola, in tutto potrebbero diventare quattro. La Spagnola inizia nel 1918 e termina alla fine del 1920. Due anni. La nostra influenza annuale è la Spagnola modificata, ma ancora oggi n1h1 ammazza, se sono presenti alcune complicanze. Un virus per modificarsi necessita di decenni. Quindi ci vorrà tempo».

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