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“I love Trump”: a Teheran ragazzi esultano dopo i raid Usa-Israele, mentre l’Europa tace

Sui social clip di giovani e donne che festeggiano gli attacchi contro il regime. Bruxelles invoca moderazione, ma le immagini mostrano un Iran diviso e in fermento

“I love Trump”: a Teheran ragazzi esultano dopo i raid Usa-Israele, mentre l’Europa tace

Un gruppo di ragazzini nel cortile di una scuola. Vestono jeans e felpe occidentali. Tengono gli smartphone alzati verso il cielo per riprendere le esplosioni in lontananza. Ridono, gridano. Uno di loro, in inglese, urla: “I love you, Trump\!”. Poche ore dopo gli attacchi lanciati da Stati Uniti e Israele contro obiettivi legati al regime iraniano, sui social iniziano a circolare video che mostrano scene inaspettate: non paura, non fuga, ma esultanza.

In un’altra clip, condivisa su X e rilanciata da account della diaspora, un gruppo di donne danza in strada. I clacson delle auto accompagnano i cori. In un terzo video, attribuito alla zona di Hassanabad a Teheran, una donna guarda verso il cielo e dice: “Grazie, zio”, riferendosi al presidente americano.

In un altro ancora, si sentono voci femminili gridare dalla terrazza di un edificio: “Oh mio Dio, hanno colpito\! Hanno colpito\!”, mentre applaudono quello che viene descritto come un attacco contro il complesso della Guida Suprema.

In Iran l’accesso alle piattaforme social è limitato, l’uso delle VPN è diffuso e la geolocalizzazione in tempo reale è difficile. Ma l’esistenza stessa di queste immagini, e la loro rapidissima diffusione, racconta qualcosa di più profondo.

L’Iran che arde sotto la cenere

Da anni una parte significativa della società iraniana esprime apertamente ostilità verso il sistema della Repubblica Islamica. Le proteste del movimento “Donna, Vita, Libertà”, la repressione morale, la crisi economica e l’isolamento internazionale hanno alimentato un malcontento generazionale evidente soprattutto nelle grandi città.

Per molti giovani urbani, il regime non rappresenta più protezione o identità nazionale, ma un ostacolo al futuro. In questo contesto, alcuni vedono negli attacchi stranieri non un’aggressione contro la patria, ma un colpo contro l’apparato che li governa. È una distinzione sottile ma decisiva: opposizione al regime non significa necessariamente sostegno alla guerra, ma in determinati ambienti può trasformarsi in una forma di speranza brutale — l’idea che un intervento esterno possa indebolire il potere religioso.

L’atteggiamento europeo

In Europa le reazioni politiche agli attacchi contro l’Iran sono state in larga parte improntate alla cautela e alla critica dell’escalation militare, se non al silenzio totale. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo António Costa hanno invitato tutte le parti alla “massima moderazione” e al rispetto del diritto internazionale, mentre l’Alta rappresentante per la politica estera Kaja Kallas ha sottolineato la necessità di evitare un’ulteriore destabilizzazione regionale.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha parlato di grave rischio per la sicurezza internazionale, chiedendo un’immediata de-escalation diplomatica. Dalla Spagna, il premier Pedro Sánchez ha criticato le azioni unilaterali che aggravano l’instabilità globale, mentre nel Regno Unito esponenti dell’opposizione come Jeremy Corbyn hanno definito l’operazione una violazione del diritto internazionale. Pur con sfumature diverse, il filo conduttore nelle capitali europee resta la prudenza immobile.

Il mosaico iraniano

L’Iran resta un Paese vasto e profondamente stratificato: aree rurali più conservatrici, classi medie urbane impoverite, élite religiose fedeli al sistema, giovani connessi alla cultura globale. Le immagini di festeggiamenti —autentiche e contemporanee — mostrano una parte del Paese, non la sua totalità. Ma quella parte esiste. E rappresenta una frattura storica: cittadini che non reagiscono con patriottismo istintivo di fronte a bombardamenti stranieri, bensì con applausi.

In ogni conflitto moderno, il campo di battaglia è anche digitale. Un video di trenta secondi può plasmare la narrativa internazionale più di un comunicato ufficiale.

Che siano episodi isolati o l’espressione di un sentimento più ampio, queste clip stanno già influenzando la percezione globale: l’idea che l’Iran non sia monolitico, che sotto la superficie del regime esista una società pronta a celebrare ciò che altrove verrebbe vissuto come attacco alla nazione. Tra esplosioni lontane e clacson nelle strade, il messaggio che emerge da alcuni quartieri di Teheran è sorprendente: per una parte della popolazione, il bersaglio non è l’Iran, ma chi lo governa.

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