Si chiamava Florian Montorio, aveva 40 anni, era sergente maggiore dell’esercito francese e prestava servizio nel 17° reggimento del genio paracadutista di Montauban. Padre di due figlie, con alle spalle numerosi schieramenti operativi dopo l’arruolamento nel 2007, era considerato dai suoi superiori un sottufficiale esperto. Secondo il suo comandante, era ormai arrivato quasi al termine della carriera militare e avrebbe dovuto tornare alla vita civile nel giro di pochi mesi. Montorio è stato ucciso nel sud del Libano mentre partecipava a una missione dell’Unifil. La sua morte è arrivata meno di 48 ore dopo l’entrata in vigore della tregua tra Israele e Hezbollah. Nell’attacco sono rimasti feriti anche altri tre soldati francesi, due dei quali in modo grave. Per la Francia si tratta della seconda vittima nel contesto della guerra all'Iran, il 12 marzo scorso Arnaud Frion, maresciallo del 7° battaglione Cacciatori Alpini di Varces, è stato ucciso durante un attacco con drone contro la sua base militare a Erbil, nel Kurdistan iracheno.
Il profilo di Florian Montorio
Secondo i vertici militari francesi, ha scritto Le Monde, Montorio era un soldato di grande esperienza. Il suo comandante lo ha definito “un militare d’eccezione”, un uomo profondamente generoso e coraggioso. Il suo profilo racconta quello di un sottufficiale che aveva servito su diversi teatri operativi e che si trovava ormai a pochi mesi dal ritorno alla vita civile.
La sua figura ha assunto subito un forte valore simbolico in Francia: non soltanto un militare caduto all’estero, ma un uomo impegnato in una missione internazionale di pace in una delle aree più instabili del Medio Oriente. La sua morte ha colpito l’opinione pubblica francese anche per il momento in cui è arrivata, in una fase in cui Parigi continua a considerare strategica la propria presenza in Libano.
Come è avvenuto l’agguato nel sud del Libano
Secondo la ricostruzione fornita dall’Unifil e da fonti francesi, il militare faceva parte di una pattuglia impegnata ad aprire un itinerario verso una postazione Onu rimasta isolata da giorni a causa dei combattimenti. Il convoglio operava nella zona di Al-Ghandouriyé, non lontano dalla base di Deir Kifa, dove è schierato il contingente francese dell’operazione Daman, e vicino ad Al-Qantara, località occupata dall’esercito israeliano.
Durante l’attività, i soldati avrebbero individuato un ordigno esplosivo improvvisato e tentato di rimuoverlo. È in quel momento che sarebbero stati affrontati da uomini armati, contrari all’intervento. Poco dopo, la situazione è degenerata nell’imboscata. La ministra francese delle Forze armate ha spiegato che Montorio è stato colpito da un colpo diretto sparato con un’arma leggera, in un’aggressione a distanza ravvicinata. I suoi compagni lo hanno recuperato sotto il fuoco, ma non sono riusciti a salvarlo.
L’Unifil ha parlato di un attacco deliberato condotto da “attori non statali”, mentre il presidente Emmanuel Macron ha spiegato che “tutto lascia pensare” a una responsabilità di Hezbollah. Il movimento sciita ha negato ogni coinvolgimento, denunciando accuse arbitrarie e invitando ad attendere i risultati dell’inchiesta dell’esercito libanese.
La tregua fragile e il ruolo sempre più difficile dell’Unifil
Sul piano diplomatico, la Francia ha chiesto a Beirut di identificare e perseguire rapidamente i responsabili. Il presidente libanese Joseph Aoun e il premier Nawaf Salam hanno condannato l’attacco e promesso indagini. Sullo sfondo, però, c’è una realtà più complessa: Hezbollah è sotto pressione, sia da parte delle autorità libanesi sia da parte della comunità internazionale, che spingono per il suo disarmo nel sud del Paese.
Nello stesso momento, Israele continua a operare militarmente oltreconfine e ha annunciato l’istituzione di una “linea gialla” nel Libano meridionale, una fascia di sicurezza che l’Idf considera sensibile e il cui avvicinamento verrebbe letto come violazione del cessate il fuoco. La morte di Montorio si colloca proprio in questo scenario. I peacekeeper dell’Unifil, inclusi i soldati italiani, si muovono infatti in uno spazio sempre più stretto: da una parte i sospetti e le ostilità di ambienti vicini a Hezbollah, dall’altra la pressione militare israeliana e le continue operazioni nel settore meridionale.
La missione Onu, nata nel 1978, è tornata così a trovarsi nel mezzo di un conflitto che ne limita fortemente il margine d’azione. Negli ultimi mesi ha subito incidenti attribuiti sia a Hezbollah sia all’esercito israeliano. La sua uccisione non dovrebbe cambiare nell’immediato la presenza francese nella missione, ma arriva in una fase in cui il futuro stesso dell’Unifil è in discussione e in cui la fragile tregua in Libano mostra già tutta la sua inconsistenza.
Che nelle ultime settimane la missione Unifil fosse sotto pressione lo hanno dimostrato anche i diversi episodi che hanno coinvolto le unità italiane in almeno tre occasioni tra marzo e aprile: il 15 marzo acune pattuglie UNIFIL, inclusi assetti del settore ovest sotto comando italiano, sono state bersaglio di colpi d'arma da fuoco mentre operavano vicino a Yatar, Dayr Kifa e Qallawiyah; il 2 aprile un razzo ha colpito il quartier generale del contingente italiano (Base UNP 2-3) a Shama.
L'ordigno ha causato danni limitati alle infrastrutture;e l'8 aprile Un convoglio logistico italiano, in viaggio da Shama verso Beirut, è stato bersaglio di colpi di avvertimento esplosi dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF).