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Così la Cina ha creato uno Stato di sorveglianza in Iran

La Cina ha aiutato l’Iran a costruire un sistema di sorveglianza digitale capillare. Ecco che cosa sappiamo

Così la Cina ha creato uno Stato di sorveglianza in Iran
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L’Iran ha costruito il proprio sistema di controllo interno combinando repressione politica, censura e nuove tecnologie. La svolta per la Repubblica Islamica è arrivata quando Teheran ha trovato in Pechino un partner capace di offrire strumenti, infrastrutture e know-how per trasformare la sorveglianza in un apparato stabile e, soprattutto, capillare. Dopo le proteste del 2009, gli ayatollah hanno capito che non bastavano più arresti, tribunali e chiusure dei giornali. Serviva il controllo diretto delle reti di comunicazione. Da quel momento in poi è iniziata una lunga integrazione tra apparato di sicurezza e telecomunicazioni. I Pasdaran hanno rafforzato il loro peso nelle reti nazionali, mentre il progetto di una rete internet sempre più separata da quella globale ha preso forma come risposta politica al rischio di nuove mobilitazioni. È qui che entra in gioco la Cina.

Il ruolo della Cina

La tecnologia cinese è diventata decisiva. Come ha spiegato il portale Substack Beyond the Ideological, aziende di tlc cinesi hanno fornito all'Iran componenti, software e sistemi utili a monitorare traffico dati, localizzare utenti, filtrare contenuti e rendere più efficace la capacità dello Stato di interrompere o rallentare le comunicazioni.

La cooperazione tra i due Paesi ha dunque assunto un valore strategico. L’Iran ha infatti assorbito dalla Cina non soltanto strumenti operativi, ma una vera dottrina della sicurezza digitale, fondata sull’idea che la comunicazione debba restare sotto il dominio dello Stato. Negli anni, questo approccio si è tradotto in sistemi di ispezione del traffico internet, riconoscimento video e piattaforme per la gestione centralizzata della sorveglianza urbana.

Dopo le proteste esplose nel 2022 in seguito alla morte di Mahsa Amini, queste tecnologie hanno avuto un ruolo ancora più visibile. Le autorità hanno puntato sempre più su telecamere, identificazione automatica e controlli a distanza, anche per far rispettare le norme sul velo, riducendo l’esposizione diretta delle pattuglie nelle strade ma aumentando la presenza invisibile dello Stato nella vita quotidiana. La sorveglianza è così diventata meno appariscente, ma più pervasiva: meno uomini in strada, più occhi digitali distribuiti nello spazio pubblico.

Il sistema di sorveglianza dell'Iran

Attenzione però, perché questo sistema non si è rivelato invincibile. Le crisi più recenti hanno mostrato che anche un apparato molto sofisticato può incontrare limiti quando perde il monopolio della connessione e dell’informazione. La forza del modello costruito con il supporto cinese stava infatti nella capacità di chiudere lo spazio digitale nazionale e isolare i cittadini dal resto del mondo nei momenti più delicati.

Qui sono emerse le fragilità maggiori.

Già, perché quando immagini, video e testimonianze riescono comunque a uscire dai confini nazionali nonostante la gabbia virtuale, allora l’intero meccanismo perde parte della sua efficacia, perché viene meno l’illusione del controllo totale. Se la convinzione che ogni gesto possa essere visto e punito, allora anche la macchina del controllo mostra le sue crepe. Le stesse che si stanno continuando ad allargare in queste settimane di guerra.

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