"Moderazione zero". A inaugurare la nuova formula di rappresaglia anti-israeliana ci pensa Abbas Araghchi. A dar retta al ministro degli Esteri iraniano la Repubblica Islamica ha usato, fin qui, solo una parte del suo potenziale strategico nel rispondere allo Stato ebraico. "La risposta dell'Iran all'attacco contro le nostre infrastrutture ha impiegato una frazione della nostra capacità di fuoco. L'unica ragione per la moderazione è stata il rispetto per la de-escalation richiesta". Dietro la svolta non vi sono i micidiali omicidi mirati con cui Israele ha spedito all'altro mondo la Suprema Guida Ali Khamenei e il segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale Ali Larijani, ma bensì l'attacco di lunedì agli impianti di estrazione del gas.
All'uscita di Araghchi si aggiunge anche la minaccia dell'esercito di "distruggere" le infrastrutture energetiche in Medioriente, qualora venissero nuovamente attaccate quelle iraniane. "Attaccando le infrastrutture energetiche della Repubblica Islamica il nemico commette un grave errore se ciò dovesse ripetersi - annuncia Khatam Al-Anbiya responsabile del Comando Congiunto - le rappresaglie contro le vostre infrastrutture energetiche e continueranno fino alla loro distruzione". E minacce altrettanto dure vengono lanciate anche contro l'Italia e gli altri sei paesi (Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi, Canada e Giappone) pronti a collaborare con Washington per la riapertura di Hormuz. Secondo Araghchi l'eventuale collaborazione costituirebbe "complicità nell'aggressione e negli efferati crimini commessi dagli aggressori".
Le dichiarazioni vanno prese ovviamente con la necessaria cautela. Anche perché i colpi subiti fin qui sono stati precisi e durissimi (per Netanyahu "l'Iran non può più arricchire l'uranio né produrre missili balistici"). Teheran, tuttavia, ha ancora qualche arma nascosta. Una è quella dei militanti Houthi. Gli alleati yemeniti rimasti fin qui inerti, potrebbero tentare la chiusura di Bab el Mandeb lo stretto che - al pari di Hormuz nel Golfo Persico - rappresenta lo snodo strategico per tutte le rotte tra Mar Rosso e Oceano Indiano. Lungo circa 50 chilometri e largo 26 nel punto più stretto, Bab el Mandeb rappresenta una rotta obbligata per quel 12% del commercio di petrolio mondiale in transito da Suez. Una sua chiusura, in contemporanea con Hormuz, porterebbe al collasso il mercato globale dell'energia. Anche per questo Donald Trump punta a rispondere pane al pane rilanciando l'ipotesi di una conquista del terminale petrolifero di Kharg. Un rilancio a dir poco rischioso. Conquistare il terminale da cui passa il 90% del greggio iraniano rappresenta una pericolosa escalation che richiede il dispiegamento di forze di terra e moltiplica il rischio perdite.
Le minacce della Casa Bianca e le eliminazione mirate non sembrano però minare la verve di chi oltre a guidare il Paese deve anche tentar di sopravvivere. Mohammed Bagher Ghalibaf il presidente del Parlamento iraniano considerato un dei possibile "reggente" - e quindi un potenziale bersaglio - continua a ironizzare sui presunti successi americani e israeliani. "A sentir loro - scrive su X - il 320% dei lanciatori missilistici iraniani è stato distrutto. Tuttavia, l'Iran continua a lanciare missili... Ora, il nemico punta a distruggerne fino al 500%. Un risultato senza precedenti!".
Più preoccupato appare invece Hossein Dehghan, l'amministratore delegato di una potente e ricchissima fondazione di regime nominato, secondo alcune voci, Segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale al posto del defunto Ali Larijani. "La notizia è falsa e va smentita" ha già fatto sapere il prudente Dehghan.