Le monarchie arabe alleate degli Stati Uniti condannano i raid iraniani contro basi militari Usa nei loro territori, ma scelgono la cautela. Il messaggio che filtra da Doha a Riad passando per Abu Dhabi e Amman è chiaro: non intendono trasformare uno scontro tra Washington e Teheran in una guerra propria. Gli attacchi hanno colpito installazioni che ospitano truppe americane in Qatar, Kuwait, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Giordania. In tutti i casi, secondo le autorità locali, finora i missili sono stati intercettati o hanno causato danni limitati. Nessuna capitale ha annunciato una risposta militare diretta contro l'Iran. La postura è fatta di condanna formale e riserva del diritto di reagire, ma senza passi concreti verso l'escalation. Doha ha parlato di "flagrante violazione" della propria sovranità, ribadendo tuttavia l'impegno per il dialogo e per soluzioni pacifiche. Riad ha espresso la più ferma denuncia dell'aggressione iraniana contro paesi "fratelli", sottolineando la solidarietà del Consiglio di cooperazione del Golfo, che include anche l'Oman, e "il diritto alla difesa secondo il diritto internazionale". Per le capitali arabe del Golfo, il nodo dirimente resta però energetico. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del traffico energetico mondiale, è stato definito "pericoloso" e "di fatto chiuso" dalle autorità iraniane. Un blocco prolungato metterebbe sotto pressione le esportazioni di petrolio e gas di Arabia Saudita, Emirati, Kuwait e Qatar, con effetti immediati sui mercati globali e sulla stabilità delle stesse strutture di potere della regione. Per questo, pur condannando gli attacchi iraniani, nessuno di questi paesi sembra intenzionato a entrare direttamente in guerra. Sul fronte filo-iraniano, i toni sono massimalisti ma, per ora, non si traducono in un allargamento immediato del conflitto. Hamas ha condannato con "la massima fermezza" quella che definisce "l'aggressione israelo-americana" contro la Repubblica islamica, invitando "le nazioni arabe e islamiche a unirsi per contrastare un progetto volto a ridisegnare" il Medio Oriente. Non ha tuttavia annunciato azioni operative dirette. Hezbollah ha denunciato le "aggressioni perfide" contro l'Iran e dichiarato "piena solidarietà" a Teheran, avvertendo delle conseguenze regionali di un'escalation. Nel comunicato, il partito sciita non indica una volontà di coinvolgimento diretto nel conflitto in corso. In Yemen, la leadership Houthi non ha rilasciato annunci ufficiali. Media israeliani citano fonti anonime secondo cui i ribelli potrebbero riprendere attacchi con missili e droni contro Israele e contro le rotte marittime nel Mar Rosso. L'assenza di conferme ufficiali mantiene il quadro nell'ambito della deterrenza e delle minacce, ma riaccende i timori di un blocco energetico sulle rotte globali.
In Iraq, il gruppo pro-iraniano Kataib Hezbollah ha minacciato attacchi contro basi statunitensi dopo raid aerei che hanno colpito una propria base nel sud del paese e dove sono stati uccisi due combattenti. Il rischio di un'escalation del conflitto esiste ma per ora resta localizzato al teatro iracheno.