Raha ha diciassette anni e il suo nome in persiano significa libertà. Lo dice con una naturalezza disarmante, come se non ci fosse niente di ironico in questo. Come se il destino non si divertisse a mettere le parole in anticipo sulle cose.
Suo padre le ha portate qui, a Meghri, città armena che guarda l’Iran dall’altra parte del monte. Non è una fuga, dice. È una vacanza breve. Lo dice in modo che ci si possa credere. Quando i missili hanno cominciato a cadere su Teheran, sua sorella Hedia, ventuno anni, ha preparato le borse di emergenza. Cibo, bende, il necessario per sopravvivere a qualcosa che non aveva ancora un nome preciso. Sono rimasti tre giorni. Al secondo, i jet passavano bassi sulla città e il fumo nero saliva a pochi chilometri di distanza. Hedia usciva a guidare con gli amici. Non per coraggio. Per non restare ferma a guardare la madre piangere.

I Guardiani della Rivoluzione stanno gestendo il paese. Lo dice un uomo di Isfahan che ha parlato con i giornalisti. I generali si nascondono sottoterra, usano la gente come scudo. Le voci corrono ovunque perché internet è tagliato e il vuoto di informazioni si riempie con quello che si teme di più. I Pasdaran sono nati nel 1979 con un mandato semplice: difendere la Rivoluzione, non il paese. Negli anni sono diventati un impero. Energia, banche, telecomunicazioni, petrolio. Ora hanno lo Stretto di Hormuz. Settantasette navi transitate dall’inizio di marzo, contro milleduecentoventinove nello stesso periodo dell’anno scorso. Un blocco che vale il venti per cento del petrolio mondiale. La Guida Suprema è ferita, forse morta, forse in coma. Nessuno ha prove. Il potere reale è già altrove.
A Yerevan, durante i due giorni di distrazione, Raha ha visto una donna cantare in un ristorante. Ha pianto. Non se lo aspettava. Le lacrime arrivano così, davanti alle cose che si credevano perdute per sempre o semplicemente vietate. Una donna che canta in pubblico. Un graffito su un muro — cosa che in Iran è illegale. Piccole libertà che altrove non hanno nemmeno un nome, perché nessuno le ha mai tolte.
Le due sorelle sono cresciute in una famiglia religiosa, hanno letto il Corano da bambine. Gli ayatollah hanno distrutto l’Islam, dice Raha. Lo usano per ottenere quello che vogliono. Ma mentono.
Diranno che torneranno. La famiglia e gli amici sono là. Ci mancano tantissimo. Non sanno quali siano ancora vivi. Trump dice che la guerra finirà presto, non è rimasto quasi niente da colpire. Hedia non gli crede. Ha bombardato una scuola, dice trattenendo le lacrime, sono morti quasi centosessanta bambini.
Diranno che torneranno. La famiglia e gli amici sono là. Ci mancano tantissimo. Non sanno quali siano ancora vivi. Trump dice che la guerra finirà presto, non è rimasto quasi niente da colpire. Hedia non gli crede. Ha bombardato una scuola, dice trattenendo le lacrime, sono morti quasi centosessanta bambini.
Al confine il movimento scorre in entrambe le direzioni. Un commerciante che importa olio dalla Bielorussia dice che a Tabriz la vita continua come prima. Un gruppo di afghani con i bambini aggrappati ai genitori arriva disorientato. Vogliono chiedere asilo in Finlandia. L’Armenia è solo la prima tappa. Hedia e Raha pensano di fermarsi a Malayer, la città dei nonni, per il Nowruz. Il capodanno persiano. Lontane da Teheran, finché non finisce. Papà voleva che restassimo qui fino alla fine della guerra, dice Raha. Ma noi non vogliamo.
La libertà è il suo nome. E lei vuole scegliere dove aspettare.
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