Gli Stati Uniti hanno accusato la Cina di aver condotto test nucleari non dichiarati, alimentando ulteriormente le tensioni tra le due superpotenze. Secondo quanto riferito venerdì dal sottosegretario di Stato americano per il Controllo degli Armamenti, Thomas DiNanno, Pechino avrebbe effettuato esplosioni nucleari sotterranee già nel 2020, violando un presunto accordo relativo al Trattato di divieto parziale dei test nucleari del 1996, firmato ma mai ratificato da entrambe le nazioni. L’annuncio è arrivato tra l'altro appena un giorno dopo che il presidente statunitense Donald Trump aveva suggerito la possibilità di un nuovo trattato trilaterale sulle armi nucleari tra Stati Uniti, Russia e Cina, a seguito della scadenza del New Start, l’ultimo accordo vincolante rimasto per il controllo degli armamenti nucleari. Washington aveva già rifiutato di estendere il trattato, ritenendolo “svantaggioso” per gli Stati Uniti, mentre Mosca aveva offerto un rinnovo di un anno dopo la sua scadenza.
L'accusa degli Usa
Secondo il South China Morning Post, fonti militari statunitensi sostengono che la Cina abbia tentato di mascherare i test tramite tecniche di “decoupling”, che riducono l’efficacia del monitoraggio sismico mondiale. Questa pratica consiste nello scatenare esplosioni in cavità sotterranee separate dal terreno circostante tramite uno strato d’aria, attenuando le vibrazioni e rendendo le detonazioni difficili da rilevare.
DiNanno ha affermato che Pechino avrebbe così cercato di occultare attività che avrebbero violato impegni internazionali, sottolineando come gli Stati Uniti siano a conoscenza di esplosioni nucleari con rese nell’ordine delle centinaia di tonnellate di Tnt. Esperti come Joseph Rodgers del Center for Strategic and International Studies hanno interpretato la divulgazione come un tentativo di giustificare la decisione americana di non rinnovare il New Start e rafforzare l’arsenale nucleare statunitense, già sotto osservazione per possibili test segreti anche da parte di Russia e Cina.
Le mosse della Cina
Le accuse statunitensi hanno provocato una pronta risposta da Pechino. L’ambasciatore cinese per il disarmo, Shen Jian, ha rifiutato di confermare o smentire le dichiarazioni americane, sottolineando che la Cina agisce con prudenza in materia nucleare e respingendo le “false narrazioni” sulla presunta minaccia cinese. Shen ha accusato Washington di essere il vero responsabile dell’aumento della corsa agli armamenti, mentre gli analisti ricordano che le tre maggiori potenze nucleari avevano sottoscritto il Trattato sulla messa al bando totale dei test nucleari negli anni ’90, ratificato solo da Mosca, la quale ha poi fatto marcia indietro nel 2023.
Secondo stime del Pentagono, la Cina possiede oggi circa 600 testate nucleari, un numero destinato a raddoppiare entro il 2035, mentre Stati Uniti e Russia mantengono circa 1.550 testate ciascuno.
Con l’assenza di un accordo vincolante, osservatori internazionali temono che la situazione possa innescare una nuova fase della corsa agli armamenti, complicata ulteriormente dalle divergenze tra le tre potenze e dalle difficoltà storiche di negoziare trattati multilaterali di lungo termine.