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I 15 punti del piano Trump e le 5 proposte dell'Iran: cosa succede al negoziato

Le richieste di Washington su nucleare, missili e alleanze regionali si scontrano con le condizioni iraniane su garanzie, risarcimenti e sicurezza nello Stretto di Hormuz. Il negoziato prosegue indirettamente, ma la distanza tra le parti resta ampia

I 15 punti del piano Trump e le 5 proposte dell'Iran: cosa succede al negoziato
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La trattativa tra Washington e Teheran esiste, ma resta indiretta, frammentata e soprattutto opaca. Nelle ultime ore Donald Trump ha rilanciato l’idea di un’intesa per fermare la guerra, mentre l’Iran ha fatto sapere di aver ricevuto una proposta americana articolata in 15 punti, giudicata però “massimalista” e difficilmente accettabile. Il nodo è che il testo integrale del piano Usa non è pubblico.

“L'Iran sta valutando la proposta statunitense per porre fine alla guerra nel Golfo, ma non ha alcuna intenzione di avviare colloqui per porre fine al conflitto in Medio Oriente”, ha dichiarato oggi il ministro degli Esteri del Paese.

Le dichiarazioni di Abbas Araqchi lasciano intendere una certa disponibilità da parte di Teheran a negoziare la fine della guerra qualora le sue richieste venissero soddisfatte. Tuttavia, lo scambio di messaggi tramite mediatori "non significa negoziati con gli Stati Uniti", ha affermato il ministro alla televisione di stato iraniana.

Cosa c’è davvero nel piano americano: i “15 punti”

Il primo elemento da fissare è questo: al momento non sono emersi pubblicamente tutti e 15 i punti del piano attribuito alla Casa Bianca. Le ricostruzioni più attendibili parlano però di una piattaforma molto ampia che chiede all’Iran di consegnare o eliminare le scorte di uranio altamente arricchito, fermare l’arricchimento, limitare il programma missilistico balistico e interrompere il sostegno ai gruppi armati regionali alleati, da Hezbollah agli Houthi fino ad Hamas. In cambio, Washington metterebbe sul tavolo un alleggerimento significativo delle sanzioni.

Secondo fonti diplomatiche, il piano includerebbe anche la riapertura piena dello Stretto di Hormuz, impegni sulla sicurezza della navigazione e un cessate-il-fuoco abbastanza lungo da permettere l’avvio di negoziati più strutturati. Diverse analisi sottolineano che la proposta americana non nasce dal nulla, ma ricalca in parte piattaforme negoziali già circolate negli ultimi anni, aggiornate alla luce dell’attuale escalation militare.

Il problema politico, per Teheran, è che il piano non riguarda solo la fine delle ostilità ma chiede una revisione profonda delle leve strategiche iraniane: nucleare, missili, rete di alleati regionali e controllo dei passaggi marittimi. Per questo, nella lettura iraniana, la proposta appare più come un pacchetto di condizioni molto rigide che come una base di compromesso.

Le 5 richieste iraniane

Sul fronte iraniano, il quadro è più definito. Secondo quanto riferito, Teheran ha messo sul tavolo cinque condizioni principali per avviare una vera trattativa.

La prima è la fine delle operazioni militari e dei bombardamenti. La seconda riguarda lo stop alle uccisioni mirate di ufficiali e dirigenti iraniani, considerate da Teheran un atto di guerra. La terza richiesta è l’ottenimento di garanzie credibili contro nuovi attacchi o nuove campagne militari da parte degli Stati Uniti o di Israele.

La quarta condizione è la più sensibile sul piano politico: l’Iran chiede compensazioni economiche per i danni subiti durante il conflitto e per gli effetti delle sanzioni. La quinta riguarda lo Stretto di Hormuz, dove Teheran pretende il riconoscimento del proprio ruolo e maggiori garanzie sulla sicurezza e sul controllo dell’area, uno dei passaggi energetici più importanti del mondo.

Fonti diplomatiche aggiungono che l’Iran vorrebbe includere nel negoziato anche il fronte libanese, chiedendo che qualsiasi accordo preveda una riduzione delle operazioni israeliane contro Hezbollah. Questo allarga il tavolo oltre il confronto diretto con Washington e rende l’intesa molto più complessa.

Perché il negoziato resta bloccato

Il negoziato non è fallito, ma non è neppure entrato in una fase decisiva. Secondo diverse ricostruzioni, le proposte vengono scambiate attraverso mediatori regionali, tra cui Pakistan, Egitto e Turchia, mentre ufficialmente sia Washington sia Teheran continuano a negare l’esistenza di colloqui diretti.

Il secondo ostacolo è la situazione sul terreno. Mentre si parla di piani e controproposte, gli scontri continuano e ogni parte cerca di migliorare la propria posizione militare prima di accettare concessioni politiche. Questo rende ogni bozza negoziale fragile e reversibile.

Il terzo problema è la distanza tra gli obiettivi. Gli Stati Uniti puntano a ridurre in modo strutturale le capacità strategiche iraniane, dal nucleare ai missili fino alla rete di alleanze regionali. L’Iran, invece, vuole prima ottenere sicurezza, riconoscimento e compensazioni, temendo che concessioni immediate possano trasformarsi in una perdita irreversibile di deterrenza.

Finché

questa asimmetria resta, il negoziato può continuare a muoversi, ma difficilmente potrà chiudersi in tempi rapidi. La trattativa esiste, ma per ora serve più a evitare l’escalation totale che a produrre un accordo definitivo.

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