L’operazione militare congiunta condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, culminata con l’uccisione della Guida suprema, Ali Khamenei, non si è limitata a generare un terremoto in Medio Oriente. Agli occhi della Cina, per esempio, questa vicenda rappresenta una chiara dimostrazione di come la guerra moderna coinvolga più piani, e che comprenda missili e caccia stealth, certo, ma anche cyberattacchi, droni a basso costo e intelligenza artificiale applicata all’intelligence. Ebbene, questo modello operativo adottato da Washington a Pechino viene osservato con crescente inquietudine.
Perché l’operazione Usa in Iran ha impressionato Pechino
L’uso combinato di capacità elettroniche e informatiche, insieme alla raccolta di informazioni di altissima precisione, ha permesso a Washington di colpire l’Iran in profondità, neutralizzando sistemi di difesa e strutture di comando iraniane in tempi rapidissimi.
Tutto questo potrebbe riportare alla mente della leadership cinese il medesimo shock strategico generato dalla prima Guerra del Golfo, quando la superiorità tecnologica americana costrinse l’Esercito Popolare di Liberazione a ripensare dottrina e priorità. Adesso a spaventare Xi Jinping ci sarebbero le capacità statunitensi di decapitare il nemico, ma anche di penetrarne le comunicazioni, manipolare l’informazione e colpire in maniera chirurgica.
Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, non a caso, l’attacco all’Iran è stato interpretato alla stregua di una “wake-up call” per la Cina, soprattutto sul piano della guerra elettronica e della sicurezza delle informazioni. Il motivo è semplice: l’efficacia dell’operazione Usa contro Teheran è stata resa possibile in larga parte grazie all’intelligence. La Cia avrebbe monitorato per mesi gli spostamenti di Khamenei, sfruttando schemi ricorrenti e informazioni sensibili per determinare il momento esatto dell’attacco. In parallelo, operazioni cyber avrebbero colpito siti d’informazione e applicazioni molto diffuse in Iran, diffondendo messaggi volti a destabilizzare il governo iraniano.
La Cina prende appunti
A colpire Pechino non sarebbe stata solo la precisione militare, ma l’integrazione tra dominio fisico ed elettromagnetico. Dopo la guerra del 1991, la Cina abbandonò progressivamente la dottrina della “guerra di popolo” per puntare su conflitti locali ad alta tecnologia. Oggi, di fronte a operazioni che combinano intelligenza artificiale, droni “one-way” e piattaforme stealth, il timore del Dragone è quello di trovarsi nuovamente in ritardo di fronte a una trasformazione del campo di battaglia.
Il successo dell’operazione contro Teheran, in particolare, evidenzia il peso delle infiltrazioni, delle fughe di notizie e della penetrazione informativa. Un ex colonnello dell’Esercito Popolare di Liberazione, citato dal Scmp, ha messo in guardia contro il rischio di “infiltrazioni interne e perdite di intelligence”, invitando a rafforzare la protezione degli obiettivi sensibili e delle catene di comando.
In uno scenario potenziale come
quello dello Stretto di Taiwan, dunque, la capacità americana di integrare cyberwarfare, soppressione elettromagnetica e attacchi di precisione a lungo raggio rappresenta un fattore di pressione costante su Pechino.