Chi andrà a prendersi i 480 chili di l'uranio arricchito al 60 per cento che weaponizzato, può trasformarsi in 11 bombe atomiche? La grande guerra israelo americana sta, più rapidamente del previsto, portando all'abbattimento del regime più aggressivo del mondo, ma non ci sarà realmente una vittoria col progetto nucleare ancora in mano alle Guardie della Rivoluzione. Per farlo i due alleati d'acciaio devono proseguire nella loro collaborazione perfetta. L'uranio è probabilmente in gran parte sotto terra a Ishfahan, l'ingresso coperto da cumuli di detriti e terra, forse nebulizzato e chiuso in cisterne; tirarlo fuori richiede un lavoro gigantesco sul terreno, si tratta di scavare con macchinari potenti, caricare su camion e poi decidere per un'opzione delicata. O un'esplosione di grandi cisterne su una teoria di camion; o il lavoro di esperti che diluiscano direttamente sul posto il materiale. Dunque, chi? A chi interessa di più adesso finirla con la storia del potere atomico iraniano? Chi lo va a prendere e se lo porta via? Trump ha iniziato la guerra proprio perché la delegazione guidata da Aragchi ha rifiutato di consegnargli l'uranio minacciando 11 bombe sulla faccia stupefatta di Witkoff. E Israele combatte contro l'atomica ai suoi nemici dai tempi «dell' Operazione Opera» contro i reattori di Osirak di Saddam Hussein nel 1981; e poi la missione di al Kibar in Siria nel 2007; e infine l'impegno personale, incessante di Netanyahu dal discorso al Congresso del 2015, all'operazione fantastica in cui il Mossad sottrasse una biblioteca di documenti atomici agli Ayatollah fino finalmente allo scontro a fianco di Trump per salvare Israele e il mondo occidentale dal ricatto totale quasi realizzato. Adesso, il coordinamento fra Usa e Israele procede realizzando un successo oltre l' immaginazione, arriva domani Jared Kushner a Gerusalemme: è possibile immaginare che si discuterà l'operazione in ogni particolare, anche la parte che deve trionfalmente cancellare il pericolo atomico infisso nella dittatura dei ayatollah.
Nessuno, è chiaro, ha interesse a impelagarsi in una nuova Falluja: si può pensare però a un' inaspettata operazione di intelligece, come sa fare Israele, a un aiuto interno di dissidenti e Curdi, all'arrivo di un largo Commando che occupi un territorio minuscolo ma significativo, per esempio zone di controllo dell'esportazione del petrolio. Si sono visti già molti miracoli: questo certo accenderebbe il cuore del popolo che vuole tornare nelle piazza e riprendere la sua libertà. Il futuro è nelle sue mani.