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Ora Putin non si fida più di Trump

Dalla pace di Gaza, siglata senza neanche invitare l'amico Putin, passando per il blitz in Venezuela e arrivando all'attuale minaccia di attaccare l'Iran, Washington non sembra degnare di molta considerazione gli interessi di Mosca

Ora Putin non si fida più di Trump
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Tornare a misurarsi alla pari con il nemico americano. Quattro anni fa fu una delle ragioni che spinsero Vladimir Putin ad attaccare l'Ucraina. Con l'elezione di Donald Trump, sempre pronto a elogiare il presidente russo e ad ammonire l'alleato Volodomyr Zelensky, quell'obbiettivo appariva ad un passo. E il passo sembrava ancor più corto all'indomani del summit di Anchorage in cui Trump accolse senza batter ciglio la richiesta di riconoscere alla Russia i territori del Donetsk ancora controllati dagli ucraini. Ma pochi giorni dopo quella stretta di mano Putin incominciò a capire che gli impegni e le promesse di Trump sono a geometria variabile. Possono cioè cambiare a seconda degli obbiettivi. O di chi gli sta davanti.

Dopo Anchorage bastò il pellegrinaggio dei leader europei alla Casa Bianca per spingere il Presidente Usa ad inserire tra le condizioni le garanzie di sicurezza, ovvero un dispositivo militare con cui reagire in caso di nuovi attacchi russi. E gli europei, visti come il fumo negli occhi dal Cremlino, riuscirono nei mesi successivi a far sentire la propria voce aggiustando tutti i piani di pace messi a punto dai negoziatori americani. Così oggi gli accordi di Anchorage, considerati dai russi l'indispensabile piattaforma negoziale, sembrano lontanissimi. Negli attuali piani americani il Donetsk controllato dagli ucraini non verrebbe ceduto ai russi, ma trasformato in una non meglio chiarita zona economica extra doganale. E anche l'impegno a uno sviluppo comune dell'Artico, accompagnato dalla ripresa dei commerci Usa-Russia e dalla fine delle sanzioni, appaiono promesse assai lontane. Anche perché nel frattempo Trump è sembrato più propenso a ignorare la Russia che trattarla alla stregua di una potenza alla pari.

Dalla pace di Gaza, siglata senza neanche invitare l'amico Putin, passando per il blitz in Venezuela e arrivando all'attuale minaccia di attaccare l'Iran, Washington non sembra degnare di molta considerazione gli interessi di Mosca. Anche perché, nel frattempo, la marina militare americana ha iniziato ad abbordare le petroliere di quella flotta fantasma con cui la Russia ha sempre dribblato le sanzioni vendendo il proprio petrolio sui mercati internazionali. Ma non solo. Le sanzioni alle compagnie petrolifere imposte nell'ottobre 2025 hanno portato alla paralisi la Lukoil, uno dei giganti russi del settore, costringendola a vendere gran parte dei suoi assetti internazionali per evitare il fallimento. E le pressioni sull'India hanno ridotto in maniera cospicua le entrate derivanti dalla vendita del petrolio di Mosca. Sul fronte della politica internazionale non sono mancati sgarbi ancor più duri ed evidenti. Il più umiliante è arrivato alla scadenza degli accordi Start che regolavano il numero di testate atomiche possedute da Stati Uniti e Russia. Alla proposta del Cremlino di estendere di un anno i termini dell'attuale trattato l'Amministrazione Trump ha risposto spiegando di non essere troppo interessata alla posizione russa, ma di voler, invece, coinvolgere nel trattato quella Cina considerata il vero nuovo nemico.

Così oggi alla soglia del quinto anno di guerra l'insieme di questi sgarbi sembra aver spento qualsiasi fiducia di Vladimir Putin in un possibile imminente sbocco negoziale. Nella convinzione, sempre più ferma che dell'amico Trump non ci si può fidare. E che la guerra in Ucraina potrà venir vinta solo combattendo. Fino al raggiungimento di tutti gli obbiettivi pretesi dalla Russia.

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